di Pietro Licciardi
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UN ANNIVERSARIO DA NON DIMENTICARE, PERCHE’ LA STORIA SI PUO’ RIPETERE
Ci sono anniversari dimenticati che però bisognerebbe ripescare, specialmente oggi in cui sembra di rivivere il nefasto clima di scontro e violenza politico-ideologica che chi ha i capelli bianchi ha conosciuto più di mezzo secolo fa.
Uno di questi anniversari è la “liberazione” della Cambogia, avvenuta il 17 Aprile 1975 dopo otto anni di guerra civile, ad opera dei comunisti kmer rossi.
Lo vogliamo ricordare perché troppo in fretta fu messo in soffitta con la complicità delle sinistre, anche nostrane, che dopo aver riempito per un decennio le piazze inneggiando all’eroico e rivoluzionario Vietnam in guerra contro l’imperialismo “amerikano” si guardarono bene dal denunciare il “socialismo reale” della Kampuchea democratica di Pol Pot, che in pochi anni sterminò 3 sui sette milioni e mezzo di cambogiani in quell’immenso lager e campo di sterminio che divenne il Paese del sud est asiatico.
La Cambogia, forse più della Cina di Mao e dell’Unione sovietica di Lenin e Stalin, ha dimostrato al mondo la follia omicida e il fallimento pratico del comunismo. Ma vale la pena ricordare quel genocidio anche perché al contrario di quello che si potrebbe pensare il comunismo non è affatto scomparso dalle nostre società, nonostante i partiti eredi di quella ideologia sembrano versare in una irreversibile crisi di consensi.
Il comunismo infatti è oggi più in salute che mai. Semplicemente ha cambiato faccia, slogan e obiettivi. I “proletari” per cui battersi non sono più gli operai ma gli immigrati e le minoranze di ogni risma; l’internazionalismo d’antan è stato sostituito dalle società “aperte”, senza “muri”; l’anticapitalismo è diventato ambientalista, continuando la sua lotta contro dello sviluppo tecnologico e industriale…
Soprattutto il “sinistrismo” ha impregnato la società a tutti i livelli, tanto che anche molti esponenti politici che si dicono “di destra” hanno fatto propri slogan e battaglie della sinistra: dal femminismo al gender, per non parlare dello statalismo burocratico e dirigista.
Resta infatti intonso il capillare apparato di potere messo in piedi non solo in Italia dai partiti comunisti, che hanno infiltrato e poi conquistato università, aule di tribunali, redazioni di radio e tv, case editrici… E’ quella occupazione della società ben descritta da Gramsci e attraverso la quale si continuano a infettare le menti di giovani e adulti, i quali anche se pur hanno dismesso – ma non sempre – le bandiere rosse si ritrovano a lottare cinti dai colori dell’arcobaleno o di verde “green”.
Poco sembra cambiato da quando Pol Pot e tutti gli altri sanguinari dittatori rossi hanno frequentato le scuole e le università europee, nelle quali ieri come oggi si apprendono e affinato le sinistre teorie di Marx, Hegel e magari Mao, Lenin e compagni. E’ ancora dalle università che pontificano certi sedicenti intellettuali, dove si laureano quei magistrati che hanno trasformato l’amministrazione della giustizia in militanza politica, da dove si spargono i semi della violenza verbale e ideologica.
Ieri si marciava contro la guerra in Vietnam, oggi contro l’intervento “amerikano” e “sionista” in medio Oriente con la stessa ottusa sicumera, propagando lo stesso odio e coltivando la stessa violenza che in Cambogia ha prodotto il genocidio e in Italia gli Anni di piombo.
