Il rapporto economico e sociale dell’Umbria è un pregevole studio dell’AUR, Agenzia Umbria Ricerche, che offre dati sulla situazione sociale ed economica della Regione per il 2026, cercando di dare un quadro sui processi di lungo periodo. Il caso dell’Umbria è utile per approfondire un tema centrale per tutto il paese che presenta caretteriste diverse nei territori.
Nel capitolo riguardante le tendenze demografiche dell’Umbria si afferma nel riassunto: «Il recente calo demografico in Umbria si esplicita attraverso il ruolo di un saldo naturale negativo, non compensato da quello migratorio. Vengono analizzate la riduzione della fecondità, il rinvio della generitorialità e le difficoltà dei giovani, tra permanenza in famiglia ed emigrazione. Si analizzano quindi gli effetti sulla struttura per età, con “degiovanimento” e invecchiamento, e il contributo della popolazione straniera nel contenere la decrescita»
L’abstract del capitolo è già un riassunto dei titoli per le eventuali politiche di contrasto che ogni amministrazione dovrebbe impostare per ovviare al problema.
«Il saldo naturale dipende dalla consistenza dei decessi e delle nascite. Con riferimento a queste ultime, si analizza la costante riduzione della fecondità negli ultimi due decenni associata all’aumento della età media del parto».
La questione demografica, evidentemente, non riguarda solo l’Umbria ma la regione si caratterizza per una popolazione più anziana della media nazionale. «In Umbria, negli ultimi venti anni, la popolazione tra 25 e 39 anni passa da 180mila a 130mila unità». La regione ha perso l’8,6% dei residenti tra i 15 e i 34 anni nel decennio 2014-2024 . La percentuale della popolazione straniera in Umbria è inoltre più alta della media nazionale.
In base a queste analisi sarebbe opportuno fare delle politiche demografiche uno dei motivi principali delle iniziative locali, sia a livello di Regione che di amministrazioni comunali . Nel dibattito politico però risulta che questa questione sia completamente emarginata o addirittura ostacolata nei fatti a causa di questioni ideologiche, sostanzialmente in contrasto con la necessità di ogni società di riprodurre se stessa. Basti pensare alle periodiche e quasi maniera campagne a favore dell’aborto, utilizzando la questione, per altro non vera, della obiezione di coscienza o la promozione delle manifestazioni LGBT o la sottovalutazione del ruolo della famiglia.
Cosa possono fare le comunità locali per rispondere a questo problema che si evidenzia in vari ambiti? Certamente non esistono soluzioni semplici ed il primo problema è culturale e non economico, ed il modello economico liberista della società, con il venir meno dei corpi intermedi, è una delle cause della difficoltà ad avere figli. Le famiglie non sono infatti più aiutate dalla rete sociale nella gestione dei figli ed i servizi pubblici non riescono, per loro natura, a compensare le relazioni di vicinato.
Va segnalato che la Regione Umbria ha sospeso nel 2026 l’erogazione del bonus di Euro 1.200 per i nuovi nati che era stato previsto dalla legge regionale sulla famiglia dalla vecchia Giunta e che non è stato attivato il Dipartimento per la famiglia previsto dalla stessa legge. Mentre gli studi dell’AUR evidenziano il problema demografico, le politiche regionali non vengono incontro alle famiglie e pretendono di sostituire il bonus certo con un complesso di servizi erogati dagli uffici. La burocratizzazione non aiuta la natalità che è in capo, in primo luogo, alla responsabilità delle famiglie.
VINCENZO SILVESTRELLI

Credo che la denatalità di questa regione sia dovuta principalmente al lavoro povero, alle opportunità da creare per trattenere i giovani. Sono troppi anni che non si fa in Umbria una politica che punti alla crescita economica, basti pensare che abbiamo pensioni piu bassi d’Italia , quidi conseguenza del fenomeno è il mercato del lavoro non soddisfacente
per una crescita democrafica.
Molto è anche questione culturale..
Ne è riprova che i neocatecumenali, di cui non ne conosco neanche uno ricco o benestante, fanno tantissimi figli.
Io credo che il problema maggiore resti la “cultura dell’ io” , del divertimento, del pensare unicamente a sé stessi, che procrastina l’età adulta dal punto di vista psicologico.