La notizia della morte di Robert Redford all’età di ottantanove anni segna la fine di un’epoca del grande cinema americano, un’epoca in cui il divo sapeva incarnare non solo il volto di un personaggio, ma un intero immaginario collettivo fatto di avventura, fascino e dramma interiore.
Redford è stato un attore di rara eleganza, capace di passare dai toni leggeri della commedia sentimentale alle sfumature più drammatiche del thriller politico e del dramma sociale, sempre con uno stile sobrio e una misura scenica che lo hanno reso inconfondibile.
La sua interpretazione in film come “La stangata” e “Tutti gli uomini del presidente” non è soltanto frutto di abilità tecnica, ma di una presenza scenica che sapeva catturare lo spettatore con lo sguardo e il silenzio più che con la parola, qualità che lo avvicinano ai giganti di Hollywood della classicità, da Gary Cooper a Gregory Peck.
Come regista ha saputo dimostrare di avere non soltanto talento attoriale, ma anche capacità di visione: “Gente comune”, film di raffinata introspezione psicologica, gli valse l’Oscar e rivelò al mondo un artista capace di raccontare i drammi dell’uomo comune con delicatezza e profondità.
Fondando il Sundance Festival ha dato un contributo determinante alla valorizzazione del cinema indipendente, aprendo uno spazio a giovani registi e attori che altrimenti sarebbero rimasti ai margini dell’industria hollywoodiana; e in questo si deve riconoscere il suo coraggio di scommettere sulla qualità, sulla ricerca e sulla novità, senza temere il confronto con le logiche commerciali dominanti.
Ma accanto al gigante del cinema, vi è stato anche un uomo che ha scelto di legarsi con convinzione al Partito Democratico, prestando il suo volto, la sua voce e il suo prestigio a un’agenda politica che troppo spesso ha fatto del progressismo ideologico un dogma e della cultura un campo di battaglia partigiano.
Redford non si è limitato a esprimere opinioni, cosa legittima per qualunque cittadino, ma ha trasformato parte della sua carriera in un palcoscenico politico, rischiando di confondere l’arte con la propaganda e di ridurre il potere universale del cinema a semplice strumento di battaglia elettorale.
La sua insistenza su temi ambientali e sociali, pur partendo da istanze sincere, si è spesso tradotta in un’adesione acritica a posizioni del Partito Democratico che non hanno fatto altro che accentuare la polarizzazione culturale negli Stati Uniti, e il suo nome è diventato un simbolo non tanto di un artista libero, ma di un intellettuale organico a un preciso schieramento politico.
Questa scelta, inevitabilmente, ha offuscato in parte la purezza del suo talento, perché ha legato la sua immagine a una parte e non all’universalità che il cinema dovrebbe trasmettere.
Eppure, al di là delle critiche, ciò che resta oggi, di fronte alla sua morte, è la grandezza di un artista che ha saputo conquistare generazioni di spettatori e incidere nella memoria collettiva come uno degli ultimi miti autentici di Hollywood: bello, elegante, intenso, capace di trasformare ogni ruolo in un frammento di storia del cinema.
Redford lascia dietro di sé una scia di film che continueranno a parlare anche a chi non condivideva le sue scelte politiche, perché la sua vera eredità non è la militanza democratica, ma la magia di uno sguardo che ha reso indimenticabili i personaggi da lui interpretati e ha saputo portare sul grande schermo l’anima di un’intera generazione.
