Il duello tra la luce e le tènebre arriva al suo momento culminante: la Passione di Nostro Signore Gesú Cristo, dentro la quale siamo stati introdotti dagli “osanna” di un pòpolo in festa, che lo vede entrare in Gerusalemme su un àsino. È lui il Messia, il Promesso, il Salvatore e Liberatore, il “fíglio di Dàvide”, cioè il discendente dal regno eterno promesso da Dio al re Dàvide e tràmite lui al suo pòpolo e a tutte le genti; ma viene tradito da tutti a càusa della disubbidienza alla volontà del Padre, che solo Lui, il Fíglio, ci ha insegnato a conóscere, amare e servire. Gesú si è fatto ubbidiente fino alla morte di Croce per giudicare il mondo secondo il critèrio della Croce: l’offerta della pròpria vita per amore, un amore che accetta il sacrifício estremo di sé, come ci mostrava Isaia: «Non ho sottratto la fàccia agli insulti e agli sputi» (Is 50, v.6) né il dorso ai flagellatori; e come ci ricordava san Pàolo nella seconda lettura: «pur essendo nella condizione di Dio, non ritenendo un privilègio l’èssere come Dio, ma svuotando sé stesso assumendo la condizione di servo» (Cfr Fil 2, 6-7). Di fronte a questo tipo di amore e a questo tipo di esèmpio, il Salmista esclama: «Ed io vivrò per Lui» (Sal 22, v.30).
Fuori da questa lògica, tutto è tradimento e tutto è notte. Chi pensa di servire bene la pàtria, lo stato, la Chiesa, la giustízia, la pace, la cultura, i pòveri, senza questo critèrio, scivolerà nell’allontanamento dalla verità, nell’isolamento di chi rinnega; nella disperazione di chi cerca la salvezza lontano da Cristo, nell’indurimento di cuore dei beffardi e cínici. «Ed io vivrò per Lui» deve diventare anche la nostra risposta a questo spettàcolo di umiliazione per noi, donazione per noi, sacrifício per noi, fortezza e pazienza per noi. Cristo Gesú ci insegna per che cosa vale la pena vívere ed agire. Anzi: per Chi bisogna donarsi come sacrifício di soave odore. Bisogna recuperare il rapporto con Dio Padre spezzato dal peccato, da ogni peccato, ma bisogna farlo in Cristo, perché non si può èssere buoni senza di lui, saggî senza di lui, coraggiosi senza di lui, vittoriosi senza di lui. Il peccato ha separato gli uòmini da Dio e ha fatto sentire “abbandonato” il Fíglio di Dio sulla Croce: quel Fíglio che aveva detto però, prevedendo tutto: «Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto pròprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me.
Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fidúcia; io ho vinto il mondo!». (Gv 16, 32-33). E la vittòria sul mondo è il pensiero di Cristo, la vita di Cristo, la pasqua di Cristo che ci raggiunge e ci fa líberi. Ricordiamo le parole di Gesú ai Farisei: «In verità, in verità vi dico: Chi fa il peccato è schiavo del peccato. Or lo schiavo non rimane sempre nella casa; il fíglio invece vi rimane per sempre. Se dunque il Fíglio vi farà liberi, sarete veramente líberi» (Gv 8, 34-36). Ebbene, la passione secondo san Matteo, che oggi abbiamo letto integralmente, ci fa vedere bene come avviene questa liberazione e come invece, chi si tiene lontano dalla lògica della croce, resti schiavo finché non ritorna sempre a lui, a Gesú Salvatore. Vediamo infatti tanti tradimenti, alcuni dei quali, come quello di Giuda, irrecuperàbili. I tradimenti dei discèpoli tutti, eccettuato san Giovanni, dipèndono dalla giòia del trionfo che si era dimenticata i varî annuncî della passione e le parole terríbili del Maestro, che li preparava allo scàndalo della croce. L’ingresso trionfale a Gerusalemme offusca le menti, sicché appena arriva la cattura di Gesú, tutti si dispèrdono. Questo che cosa ci insegna? Che nel successo nessuno deve esaltarsi. Vediamo, infatti, san Pietro che rinnega tre volte, anche imprecando e urlando, colui al quale aveva detto: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai» (Mt 26, v.33). In lui mancava ancora la disponibilità ad èssere disprezzato dal mondo e dagli uòmini, sicché pròprio per paura degli uòmini, rinnega Cristo. Lo stesso accade a Pilato, che sa di avere davanti un innocente, ma è schiavo della política, ha paura dell’imperatore Tibèrio, e non esèrcita bene il suo ruolo di governatore, non fa valere la sua autorità di romano, che conosce il diritto: si lava le mani e alla fine sacrífica la vita di una persona pur sapendo che sta sbagliando. Quante volte, per paura di un superiore, di un potente, l’uomo si accoda alla scelta piú comoda? Ebbene la scelta piú còmada, il piú delle volte è ingiusta; ed è sempre e sicuamente ingiusta quando si umília la verità e la dignità altrui. Giuda tradisce nel modo piú grave il Signore e si danna per sempre: prima cerca la salvezza nella política e per questo vende Gesú ai sacerdoti. Poi cerca il perdono dai còmplici del suo delitto e non da Gesú stesso, e per questo si dispera e si impicca. Quante volte vediamo persone disperate perché non sono perdonate da altri uòmini? Chi perdona è il Signore. Usciamo dalla lògica delle creature ed entriamo in quella di Dio. Gesú ce l’ha insegnata perfettamente. Impariamo a dire: «Ed io vivrò per Lui» (Sal 22, v.30), non per compiacere pòvere creature.
Doménica delle Palme, anno A, 29 Marzo 2026
Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14- 27,66
PADRE GIUSEPPE AGNELLO*
*L’autore aderisce ad una riforma ortografica della lingua italiana
