La terza tappa del Tour de France 2025, disputata lunedì 7 luglio tra Valenciennes e Dunkerque su un tracciato pianeggiante di 178,3 chilometri, si è trasformata in un’epopea moderna del ciclismo, una giornata destinata a lasciare il segno non tanto per la sua altimetria quanto per il susseguirsi di episodi drammatici, lo scontro tra titani delle ruote veloci e la durezza imprevedibile del vento del Nord.
La partenza, avvenuta sotto cieli velati e un’atmosfera tesa, ha visto il gruppo muoversi compatto, già consapevole che il vento laterale – compagno sgradito delle tappe fiamminghe – avrebbe avuto un ruolo fondamentale. Fin dai primi chilometri, le squadre dei velocisti, ben decise a mantenere il controllo in vista della volata finale, hanno imposto un ritmo sostenuto, alternando fasi di apparente calma ad accelerazioni improvvise per posizionarsi meglio nelle strettoie del percorso e nelle rotonde insidiose che punteggiavano il tracciato.
Nonostante l’assenza di grandi difficoltà altimetriche, il Mont Cassel – unico Gran Premio della Montagna di giornata, di quarta categoria – ha rappresentato un punto nevralgico nel cuore della corsa. La breve ma aspra salita, posta a circa 31 chilometri dal traguardo, è stata affrontata a tutta velocità, non tanto per fare selezione quanto per evitare di perdere la ruota buona. Nessun attacco serio è andato in porto, ma l’intensità crescente lasciava presagire che il finale sarebbe stato ben più movimentato di quanto suggerisse il profilo altimetrico. A rendere ancora più pericolosa la situazione è stato l’ingresso nel settore delle campagne ventose, terreno fertile per i ventagli e le rotture nel gruppo. Il nervosismo ha cominciato a serpeggiare tra i corridori: i capitani di classifica si sono portati avanti per evitare sorprese, le squadre dei velocisti si sono organizzate in trenini e, inevitabilmente, sono cominciati i contatti, le frizioni, gli errori.
Il primo grande scossone è arrivato intorno al chilometro 145, quando una caduta ha coinvolto diversi uomini di rilievo, tra cui Remco Evenepoel e Geraint Thomas. Il gruppo si è spaccato, alcuni corridori hanno perso terreno prezioso e sono stati costretti a inseguire a lungo per rientrare. Poco dopo, in un tratto apparentemente innocuo ma reso insidioso da un tratto di asfalto rovinato e da un cambio improvviso di direzione, è avvenuto l’episodio più grave della giornata: Jasper Philipsen, maglia verde in carica e vincitore della prima tappa, è rimasto vittima di una caduta pesantissima mentre disputava l’intermedio insieme a Bryan Coquard. Il contatto tra i due è stato violento e scomposto, con Philipsen sbalzato a terra e subito soccorso dai medici. Trasportato in ospedale, gli sono state riscontrate fratture a clavicola e costole, decretando il suo ritiro anticipato da questo Tour. Un colpo durissimo per l’Alpecin-Deceuninck, che aveva puntato fortemente sulla maglia verde e sull’egemonia degli sprint.
Ma la corsa, implacabile, non si è fermata. Anzi, ha accelerato ancora. Negli ultimi 20 chilometri, la tensione era palpabile. Le squadre dei velocisti, orfane di Philipsen, hanno riorganizzato i propri treni: la Lidl-Trek per Milan, la Bahrain-Victorious per Bauhaus, la Soudal-QuickStep per Merlier. La UAE Team Emirates e la Visma-Lease a Bike proteggevano i loro uomini di classifica – Pogacar e Vingegaard – dalle cadute e dalle imboscate. A 8 chilometri dal traguardo, un altro incidente ha coinvolto tra gli altri Arnaud De Lie e Cees Bol, provocando una nuova frattura nel gruppo e costringendo diversi gregari a fermarsi per soccorrere i propri capitani. La selezione naturale che il vento e il caos avevano operato ha lasciato davanti una quarantina di uomini, tra cui i favoriti per lo sprint e i principali pretendenti alla classifica generale.
A quel punto, tutto si è giocato in un finale incandescente. La linea d’arrivo a Dunkerque era piazzata su un lungo rettilineo, esposto al vento, perfetto per una volata potente ma anche rischioso in caso di sbavature. I treni si sono lanciati a piena velocità sotto la flamme rouge. Davide Ballerini ha tentato di lanciare Merlier con una progressione poderosa, mentre Jonathan Milan, in condizione smagliante, è uscito con una tempistica quasi perfetta. Per qualche istante, è sembrato che il friulano potesse avere la meglio, ma Merlier ha trovato uno spiraglio sulla destra, ha cambiato traiettoria con coraggio e negli ultimi venti metri ha affiancato e poi superato Milan per una questione di centimetri. L’attesa del fotofinish è stata carica di tensione: quando sul maxischermo è apparso il nome di Merlier, l’esultanza è esplosa nel pullman della Soudal, che ha così festeggiato una vittoria tanto sofferta quanto meritata.
Phil Bauhaus ha chiuso in terza posizione, mentre alle sue spalle sono arrivati corridori come Coquard, Theuns, Van Poppel e Mezgec. La direzione di gara ha successivamente emesso diversi provvedimenti disciplinari: Coquard, Theuns, Ballerini e Van Poppel hanno ricevuto una “yellow card” e una multa di 500 franchi per manovre scorrette all’intermedio; Van Poppel è stato anche retrocesso per una traiettoria pericolosa in volata. Luka Mezgec è stato invece multato per aver gettato rifiuti fuori dalle aree consentite. In classifica generale, non cambia molto: Mathieu van der Poel, grazie al suo piazzamento nel gruppo di testa, conserva la maglia gialla con un vantaggio di 4 secondi su Pogacar e 6 su Vingegaard. Jonathan Milan, secondo al traguardo, guadagna la maglia verde della classifica a punti. Kévin Vauquelin resta in bianco come miglior giovane, mentre Tim Wellens, grazie al passaggio in testa sul Mont Cassel, indossa la maglia a pois.
Le parole del vincitore, a fine gara, sono state semplici e autentiche: “Sapevamo che sarebbe stata una tappa nervosa. Il vento, le cadute, tutto poteva cambiare in un attimo. Ma sono riuscito a restare davanti e a cogliere il momento giusto. È un successo che dedico alla squadra: senza di loro non ce l’avrei fatta”. E così si è chiusa una giornata che, sulla carta, doveva essere semplice ma che la strada ha trasformato in una battaglia aspra, con cadute, ritiri, ribaltamenti e un finale da brividi. Il Tour de France ha ricordato, ancora una volta, che nulla è scontato: ogni chilometro è un rischio, ogni sprint un azzardo, ogni tappa un romanzo.
