Nella sua casa di Val di Sella, a Borgo Valsugana, si spese, come oggi nell’anno 1954, Alcide De Gasperi, padre fondatore della Repubblica italiana e figura centrale della politica europea del secondo dopoguerra.
A distanza di decenni, la sua memoria rimane controversa: celebrato da molti come il grande statista cristiano che ricostruì l’Italia e avviò il processo di integrazione europea, ma anche criticato, soprattutto da una prospettiva veramente cattolica, per alcune scelte che hanno contribuito a segnare in modo profondo e talvolta problematico la storia del cattolicesimo politico.
De Gasperi nacque e si formò in un ambiente permeato di cattolicesimo popolare e austro-ungarico. La sua giovinezza fu segnata dal movimento cattolico e dall’adesione al Partito Popolare di don Luigi Sturzo.
Di lì provenivano i suoi principi di solidarietà sociale, attenzione ai ceti deboli e fedeltà a una visione cristiana della società. Dopo la caduta del fascismo, nel 1943, De Gasperi fondò la Democrazia Cristiana, che si propose come erede politica del cattolicesimo organizzato.
Un cattolico non può non riconoscere in lui alcuni meriti storici: la fermezza nella difesa della libertà religiosa in un’Europa divisa, la capacità di dialogare con gli Alleati e di impedire che l’Italia scivolasse sotto l’influenza sovietica, la visione di un’Europa unita che non fosse soltanto un mercato, ma anche una comunità di popoli radicati in una storia e in valori cristiani comuni. La sua insistenza sul ruolo della famiglia, della scuola e della dottrina sociale cattolica nella nuova Repubblica testimoniano un orientamento genuinamente radicato nella fede.
Tuttavia, proprio per il suo ruolo di fondatore e guida della Democrazia Cristiana, De Gasperi rimane figura ambivalente agli occhi di chi giudica secondo un orizzonte cattolico. La DC nacque come partito di ispirazione cristiana, ma finì ben presto per assumere un carattere interclassista, centrista e orientato al compromesso con forze laiche e socialiste. Il suo “centrismo” mirava a isolare le forze comuniste e a garantire stabilità, ma al tempo stesso finì per favorire una progressiva secolarizzazione della politica.
La scelta di difendere la nuova Costituzione repubblicana, nata da un compromesso tra cattolici, comunisti e socialisti, fu decisiva ma non priva di ambiguità. Se da un lato garantì al cattolicesimo spazio e libertà in un sistema democratico, dall’altro sancì la rinuncia a un progetto di piena restaurazione cristiana della società italiana.
A un cattolico non può sfuggire che la Repubblica, così configurata, aprì la via a un ordinamento statale progressivamente svincolato dal primato del diritto naturale e della legge divina.
Altro punto delicato riguarda il rapporto tra De Gasperi e il Magistero ecclesiale. Egli seppe mantenere un dialogo costante con il Vaticano, ma anche una certa autonomia che, talvolta, rasentava il conflitto. Non sempre il suo pragmatismo politico coincise con la visione integrale di Pio XII.
La scelta di non trasformare la Democrazia Cristiana in un “partito cattolico” vero e proprio, ma in una forza laica di ispirazione cristiana, segnò un solco che in futuro si sarebbe allargato, aprendo la strada a quella separazione tra fede e politica che oggi appare evidente.
Oggi, il giudizio su Alcide De Gasperi rimane inevitabilmente doppio. Da una parte, il suo patriottismo, la sobrietà personale, la fede autentica e la coerenza morale sono qualità che un cattolico può e deve ammirare. Egli fu uno statista che non si lasciò corrompere dal potere, che rimase fino alla fine un uomo semplice e credente.
Dall’altra, le sue scelte politiche aprirono la strada a un cattolicesimo “democratico” che, pur avendo garantito al Paese decenni di stabilità, progressivamente perse di vista l’orizzonte del Regno di Cristo, riducendo la presenza della Chiesa nello spazio pubblico a un ruolo di influenza culturale e sociale, ma non più normativa.
Alcide De Gasperi fu senza dubbio uno statista di statura europea, e la sua figura rimane un riferimento obbligato nella storia della Repubblica. Tuttavia, per un cattolico, la sua eredità non può essere celebrata senza riserve: egli rappresenta allo stesso tempo il modello del politico onesto, cristiano e coerente, e il simbolo di quel compromesso con la modernità che avrebbe progressivamente indebolito l’identità cattolica dell’Italia e dell’Europa.
In lui si specchia dunque la tensione che ancora oggi attraversa il mondo cattolico: tra la fedeltà integrale al Vangelo e la necessità di governare in un mondo segnato dal pluralismo e dal secolarismo. Una tensione che De Gasperi incarnò con dignità e senso del dovere, ma che lascia aperta, fino ad oggi, la domanda fondamentale: si può davvero conciliare la politica dei compromessi con l’integrità della fede cattolica?

Proprio rispondendo all’ultima domanda dico: NO. L’arte del compromesso non può valere per i principi non negoziabili, cioè universali e naturali. Un esempio chiarissimo e una testimonianza è quella di San Tommaso Moro. Così facendo e aprendo delle falle, si fece il gioco della teoria di Gramsci. Ancora si continua oggi cob l’ipocrisia del minor male adottata dai cattolicini attaccati al potere e alle poltrona.