La morte di Alex Jeffrey Pretti, infermiere statunitense trentasettenne dell’ospedale dei veterani di Minneapolis, ha scosso profondamente la città e l’intero Paese, trasformandosi in poche ore in un caso simbolo delle tensioni esplose attorno alle retate anti-immigrati dell’Ice e all’uso della forza da parte degli agenti federali.
Centinaia di persone si sono radunate al Whittier Park per una veglia a lume di candela, stringendo candele e rialzando cartelli già usati in precedenti proteste contro le operazioni dell’immigrazione, mentre la temperatura scendeva fino a meno ventitré gradi e, nonostante il gelo, cortei e manifestazioni continuavano a riversarsi nelle strade di Minneapolis.
Al centro di tutto c’è la versione dei fatti sull’uccisione di Pretti, che il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale sostiene fosse armato di pistola e avesse minacciato gli agenti della Border Patrol durante una retata, una ricostruzione però messa in discussione da diverse analisi video e da una mobilitazione pubblica alimentata anche dall’appello straziante dei genitori pubblicato sul Washington Post, che chiedono di “far conoscere la verità” su un figlio descritto come un uomo buono, dal cuore gentile, profondamente dedito ai veterani di cui si prendeva cura in terapia intensiva e animato dal desiderio di fare la differenza nel mondo, tanto da essere definito dalla famiglia un eroe non per retorica ma perché, a loro dire, la sua ultima azione sarebbe stata quella di proteggere una donna.
Secondo il New York Times, infatti, le riprese disponibili mostrerebbero Pretti che si frappone tra una donna e un agente che la sta colpendo con spray al peperoncino, mentre altri agenti spruzzano lo stesso irritante anche contro di lui, che avrebbe in una mano un telefono e nell’altra nulla, prima di essere atterrato, una sequenza che contraddirebbe l’ipotesi di un avvicinamento armato con intento aggressivo, mentre un’analisi della CNN, al contrario, sembra avvalorare la tesi governativa mostrando un agente federale che sottrae una pistola a Pretti poco prima che venga ucciso, con immagini in cui un altro agente entra nella mischia per aiutare a immobilizzarlo e recuperare un’arma che corrisponderebbe a quella descritta dal Dipartimento per la Sicurezza Interna, e con urla di “ha una pistola” udibili sullo sfondo.
Si tratta di un contrasto che ha acceso il dibattito pubblico e reso ancora più incandescente una vicenda già carica di significati politici e morali; in questo clima, la città si è trovata divisa tra la richiesta di giustizia e trasparenza e la difesa dell’operato degli agenti, mentre le immagini, le testimonianze e le analisi dei media si rincorrono e si contraddicono, alimentando una protesta che, nonostante il freddo polare, non accenna a spegnersi e che chiede risposte chiare su ciò che è davvero accaduto in quei minuti concitati in cui un infermiere, un’operazione dell’immigrazione e l’uso della forza letale si sono incrociati tragicamente nel cuore di Minneapolis.

Dalle immagini era un assassinio. Gli USA non da ora sono una societa violenta repressiva e pericolosa.