Israele si trova al centro di una forte tensione politica nell’ambito dell’Eurovision dopo le dichiarazioni con cui Johannes “JJ” Pietsch, vincitore dell’edizione 2025, ha espresso l’intenzione che Israele venga escluso dalla competizione in programma nel 2026, motivando questa posizione con la guerra in corso a Gaza.
JJ ha suggerito che l’edizione austriaca “dovrebbe svolgersi senza Israele”, indicando una frattura crescente tra artista e contesto geopolitico.
A sostegno della richiesta di esclusione si sono schierati anche alcuni leader e organismi internazionali, come il Primo Ministro spagnolo Pedro Sánchez, che ha associato il caso di Israele a quello della Russia esclusa nel 2022 per l’invasione dell’Ucraina.
Diverse emittenti pubbliche europee — tra cui RTVE (Spagna), RTÉ (Irlanda), RÚV (Islanda), VRT (Fiandre) — hanno avanzato proposte per portare la partecipazione israeliana a un’assemblea straordinaria dell’EBU o hanno già richiesto la sua esclusione, paragonando la situazione agli sviluppi legati all’esclusione della Russia.
Di fronte a queste pressioni, l’EBU ha deciso di rimandare ogni decisione sull’espulsione fino a discussioni ufficiali in programma durante l’assemblea invernale, in agenda tra dicembre e gennaio.
Le stesse fonti sottolineano che l’EBU non intende modificare unilateralmente le regole: ogni rimettere in discussione la presenza di Israele richiederebbe una revisione degli statuti che regolano l’ammissione dei suoi membri, e in particolare si dovrebbe dimostrare che KAN, emittente israeliana, non garantisca piena indipendenza dal governo, circostanza che finora non è stata accertata.
Il coinvolgimento dell’Italia e della Germania nel confronto politico ha definito un punto di non ritorno. Entrambi i paesi, principali finanziatori dell’EBU, hanno fatto sapere che la rimozione dell’israeliana KAN senza una motivazione legale chiara porterebbe a un loro ritiro dal contest.
In particolare, fonti vicine ai broadcaster italiani e tedeschi hanno sottolineato che l’esclusione di Israele compromettere l’indipendenza culturale dell’evento e metterebbe in discussione l’intera architettura finanziaria dell’Eurovision, minacciando di far saltare l’edizione a Vienna.
Dall’altra parte, islandesi, spagnoli e sloveni hanno annunciato la loro ferma intenzione di spingere verso un voto pro-esclusione. L’Islanda, in particolare, ha già preannunciato che presenterà una proposta formale all’assemblea EBU di Londra, prevista a luglio, che chiederà l’espulsione di Israele dal contest 2026.
Anche le pressioni delle richiamate emittenti del nord Europa e di alcuni paesi dell’Europa occidentale si inseriscono in una dinamica allargata che soppesa, da un lato, il rispetto dei criteri tecnici e statutari, dall’altro la presunta coerenza con le posizioni umanitarie.
Il capitolo si arricchisce poi di sfumature: l’israeliana Yuval Raphael, rappresentante nel 2025 e sopravvissuta all’attacco di Hamas al Nova Festival, ha ricevuto forti manifestazioni di solidarietà da parte del pubblico europeo, pur suscitando reazioni contrastanti.
Emerge sempre più un contrasto tra l’obiettivo originario dell’Eurovision—promuovere l’arte, la musica e l’inclusione—e l’irruzione, su quel palcoscenico, di dinamiche geopolitiche e narrative simboliche.
A livello formale, le norme EBU rimangono chiare: la partecipazione è riservata ai membri pubblici, non ai governi direttamente. In passato, l’EBU ha giustificato la presenza di Israele non per motivazioni politiche, ma per il fatto che KAN funzioni come emittente editoriale indipendente rispetto al governo.
I casi di Russia e Bielorussia – emittenti statali accusate di propaganda – hanno invece aperto la strada all’esclusione automatica. Per ora, non sembra esserci un caso simile legato a Israele.
Sul fronte delle tempistiche, il confronto si concentra su due momenti chiave: la riunione dell’assemblea EBU prevista per luglio a Londra – dove l’Islanda formalizzerà la sua proposta – e l’eventuale voto invernale, determinante per un’esclusione definitiva o la conferma della partecipazione israeliana.
Nel frattempo, spiccano due parametri chiave. Da un lato, l’Italia e la Germania mantengono un atteggiamento di fermezza: Israele non può essere escluso senza violazione delle regole.
Dall’altro lato, crescenti paesi, tra cui Spagna e Islanda, spingono per un voto politico che rifletta le tensioni contemporanee. L’esito potrebbe non solo ridefinire la partecipazione israeliana, ma scuotere le fondamenta dell’Eurovision in quanto istituzione culturale transnazionale.
Il conflitto israelo-palestinese è tornato così a riscrivere le regole del più grande spettacolo musicale al mondo, offrendo al grande pubblico un’istantanea delle tensioni tra diritto internazionale, media accountability e identità collettiva.
L’Eurovision 2026 potrebbe dunque segnare un punto di svolta: tra chi guarda alla canzone e chi vede un’arena politica, il futuro di Israele nel contest sarà deciso non sul palco, ma nei palazzi dell’EBU.
