L’addio di Andrea Morigi all’Associazione Lombarda dei Giornalisti e, di riflesso, alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) non rappresenta soltanto una semplice scelta individuale, ma si erge a gesto politico e morale di straordinario valore.
La decisione di strappare la tessera sindacale nasce da un episodio che segna un punto di non ritorno per la credibilità della categoria: il sit-in tenutosi davanti a Montecitorio il 9 settembre 2026 per protestare contro la proposta di legge sull’antisemitismo.
Vedere un sindacato che dovrebbe tutelare la deontologia, la libertà e l’onestà intellettuale sfilare fianco a fianco — o quanto meno nello stesso piazza — con le insegne di Hamas, Hezbollah e del regime teocratico iraniano è una macchia indelebile.
Ancora più grave, come sottolinea amaramente Morigi, è stato il silenzio complice e assordante dei vertici della FNSI e dell’ALG, che per due settimane non hanno ritenuto doveroso prendere le distanze da cori che inneggiavano a terroristi e massacratori come Hassan Nasrallah.
Condividere senza riserve la posizione di Morigi significa prendere atto di una deriva ideologica che ha completamente accecato le rappresentanze dei giornalisti italiani.
È inaccettabile che un’organizzazione professionale contesti la definizione dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance) sull’antisemitismo in nome di una presunta difesa della libertà d’espressione, per poi ritrovarsi a spalla a spalla con chi fa della propaganda antiebraica, dell’odio sistematico e dell’invito allo sterminio il proprio programma politico e confessionale.
Come giustamente ricordato dal giornalista, che a questi temi ha dedicato anni di studio e saggi rigorosi, la retorica dei gruppi estremisti che sventolano la “libertà di critica” è un’ipocrisia intollerabile se usata da chi ha pianificato l’orrore del 7 ottobre 2023 o da chi educa le nuove generazioni al martirio suicida.
La realtà è che il dibattito democratico e il pluralismo all’interno della società e delle istituzioni israeliane sono immensamente più aperti e liberi di quanto non lo sia l’approccio conformista di certa stampa nostrana.
L’analisi di Morigi coglie inoltre nel segno quando evidenzia il fallimento strutturale del sindacato sul fronte della tutela professionale. In un momento storico in cui i giornalisti attendono dal lontano 2016 il rinnovo del contratto collettivo di lavoro, tra precarietà diffusa e crisi del settore editoriale, la FNSI sceglie di disperdere energie in sfilate ideologiche e pagliacciate pro-Pal di piazza.
Invece di incalzare le istituzioni e sedersi ai tavoli di trattativa con gli editori per difendere il salario e la dignità dei lavoratori, il sindacato preferisce accreditarsi come megafono politico della protesta anti-israeliana, trattando il governo legittimo come un interlocutore ostile ed estraneo. È una deriva che tradisce la missione fondamentale del sindacato e isola la categoria dal paese reale.
Infine, la scelta di lasciare la Fnsi assume il valore di una doverosa prevenzione morale e civile di fronte all’escalation di antisemitismo a cui stiamo assistendo, testimoniata dall’ennesima e vile aggressione subita da un rabbino a Milano nel settembre 2026.
Di fronte a segnali così inquietanti, la politica dell’ambiguità e i distinguo ideologici — come la decisione del Partito Democratico di dichiararsi contrario alla legge sull’antisemitismo proprio nel giorno della mobilitazione cittadina “Indossa la Kippah” — creano il terreno fertile per giustificare o relativizzare l’odio antiebraico. Prendere le distanze da un organismo incapace di riconoscere il pericolo del fondamentalismo e di condannare senza esitazioni i simboli del terrore non è solo una scelta legittima, ma un atto di coraggio e di onestà intellettuale che fa onore ad Andrea Morigi e smaschera le ipocrisie di un intero sistema sindacale.
