In una intervista rilasciata al quotidiano Secolo d’Italia e curata da Dalila Di Dio, Antonio Di Pietro prende posizione a favore del Sì al referendum sulla riforma della giustizia, spiegando le ragioni della sua scelta con argomentazioni di carattere tecnico e costituzionale.
L’ex pubblico ministero di Mani Pulite, oggi avvocato, chiarisce anzitutto che il suo impegno nel Comitato per il Sì della Fondazione Einaudi nasce da una valutazione giuridica e non politica. A suo giudizio, la riforma completa coerentemente il modello accusatorio introdotto nel 1989, fondato sulla parità tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo. In questo quadro, la separazione delle carriere tra pubblico ministero e giudice rappresenterebbe un passaggio “naturale”, perché — sostiene — chi giudica non dovrebbe appartenere alla stessa “famiglia” professionale di chi accusa.
Di Pietro respinge con decisione le critiche di una parte della magistratura e dell’Associazione nazionale magistrati, che paventano rischi per l’indipendenza e per la tenuta democratica. A suo avviso, tali timori sono infondati: l’obbligatorietà dell’azione penale e le garanzie costituzionali resterebbero intatte. Anzi, la riforma rafforzerebbe l’indipendenza interna, riducendo dinamiche correntizie e logiche corporative che, secondo lui, hanno inciso negativamente sulla gestione delle carriere e sul funzionamento del Csm.
Un punto centrale della sua riflessione riguarda la fase delle indagini preliminari. Qui Di Pietro individua un’anomalia: il giudice per le indagini preliminari, appartenendo allo stesso ordine del pm, tenderebbe talvolta ad assecondarne le richieste, con il rischio di un controllo meno incisivo. La separazione delle carriere servirebbe quindi a garantire maggiore equilibrio e serenità per il cittadino, che entrando in tribunale dovrebbe poter percepire una netta distinzione tra chi accusa e chi giudica.
Riflettendo sulla stagione di Mani Pulite, Di Pietro riconosce che in quegli anni si è consolidata una forte fiducia dei cittadini nella magistratura, costruita anche grazie al sacrificio di figure come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Tuttavia, sostiene che oggi quella credibilità rischia di essere strumentalizzata per opporsi alla riforma senza affrontarne il merito tecnico.
Infine, l’ex magistrato esclude che la sua posizione sia frutto di risentimento personale e afferma che anche nel 1992 avrebbe votato a favore della separazione delle carriere, mentre si sarebbe opposto — come fece — a riforme che avrebbero posto il pm sotto il controllo dell’esecutivo. Pur non negando che in politica possano esistere intenti di rivalsa, Di Pietro si dice convinto che l’impianto costituzionale e il controllo della Corte garantiscano contro eventuali distorsioni.
Nel complesso, dall’intervista emerge la convinzione che la riforma non indebolisca la magistratura, ma miri a renderla più trasparente e coerente con il modello accusatorio, rafforzando la percezione di terzietà del giudice e, quindi, la fiducia dei cittadini nella giustizia.
