Il 20 gennaio 1996, con l’elezione di Yasser Arafat a presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, si consacrò politicamente una figura che per decenni aveva incarnato non la costruzione di uno Stato o di istituzioni civili solide, ma l’ambiguità permanente, la violenza come metodo e la manipolazione sistematica della storia come strumento di legittimazione.
Arafat non fu mai un vero uomo di pace, nonostante l’agiografia occidentale che a lungo lo ha rappresentato come leader carismatico di un popolo oppresso.
Fu piuttosto il capo indiscusso di una macchina politico-militare che fece del terrorismo una forma ordinaria di lotta e della vittimizzazione un’arma retorica. Sotto la sua guida, l’OLP non solo rivendicò la rappresentanza esclusiva dei palestinesi, ma contribuì in modo decisivo a costruire una narrativa identitaria che, prima della sua affermazione, non aveva mai avuto i contorni di una nazione storicamente definita, ma piuttosto quelli di una popolazione araba inserita nel più ampio contesto del mondo arabo mediorientale.
Questa narrazione, ripetuta ossessivamente, trasformò una questione territoriale complessa in un mito fondativo funzionale alla mobilitazione permanente contro Israele, presentato non come avversario politico, ma come entità intrinsecamente illegittima.
La carriera di Arafat è segnata da una lunga scia di attentati, dirottamenti aerei, massacri di civili, uso deliberato della violenza indiscriminata come leva diplomatica, nella convinzione che il sangue versato avrebbe accelerato il riconoscimento internazionale e consolidato il suo potere personale.
Anche dopo gli Accordi di Oslo, lungi dal rinunciare realmente alla lotta armata, Arafat mantenne una doppia linea, parlando di pace nei consessi internazionali mentre tollerava, finanziava o copriva le azioni di gruppi armati che colpivano sistematicamente la popolazione israeliana, minando ogni possibilità di fiducia reciproca.
La sua gestione dell’Autorità Nazionale Palestinese fu caratterizzata da corruzione endemica, autoritarismo, repressione del dissenso interno e concentrazione del potere nelle mani di un ristretto circolo di fedelissimi, più simile a un sistema clientelare che a un embrione di Stato moderno.
In questo quadro, la violenza contro Israele non fu un effetto collaterale, ma una componente strutturale della strategia politica arafattiana, utile a mantenere il controllo sulle masse, a neutralizzare rivali interni e a perpetuare uno stato di conflitto da cui traeva legittimazione.
L’elezione del 1996 non segnò quindi l’inizio di una nuova era, ma la formalizzazione di un potere costruito su decenni di ambiguità morale, manipolazione storica e rifiuto sistematico di ogni compromesso definitivo che potesse porre fine al conflitto, perché la pace, per Arafat, avrebbe significato la fine del suo ruolo e della narrativa che aveva edificato attorno alla sua persona e alla causa che pretendeva di incarnare.

Molto interessante. Condivisibile direi. Attendo un articolo speculare su Israele. Governata sin dall’inizio da guerrafondai e terroristi, che vive di vittimismo sistemico, che non ha una base esistenziale credibile, che ha cacciato 700 mila palestinesi con la Nakba, che riduce i palestinesi in lager permanenti a casa loro, che si prende tutta l’acqua della nazione, … … … Attendo cioè un articolo che non vedrà mai la luce. Dire una parte di verità o la verità solo di un lato è formalmente dire la verità ma, di fatto, è lasciare che i lettori si facciano una idea distorta della realtà.