Oggi ricorrono i due anni da quando avvenne l’assalto al Congresso Nazionale del Brasile. Due anni fa migliaia di manifestanti assediarono la Piazza dei Tre Poteri, sede dei principali edifici governativi brasiliani, nel tentativo di rovesciare il presidente eletto Lula, accusato di brogli e di corruzione.
L’8 gennaio 2023, agli occhi dei sostenitori di Jair Bolsonaro, non rappresenta semplicemente una data di cronaca nera o un atto riducibile a una lettura univoca, ma l’esplosione drammatica di un malessere profondo, accumulato in anni di fratture sociali, di sfiducia nelle istituzioni e di percezione di un sistema politico percepito come chiuso, autoreferenziale e ostile a una larga parte del Paese.
Non a caso la figura di Bolsonaro è diventata il simbolo di un Brasile che ha osato ribellarsi all’establishment, un ex militare che ha portato nella politica un linguaggio diretto, ruvido, spesso scomodo, ma autentico, capace di parlare a chi si sentiva ignorato dalle élite urbane, dai grandi media e da una sinistra tornata al potere dopo scandali e anni di delegittimazione morale.
Bolsonaro incarna l’idea di ordine, sovranità nazionale, difesa dei valori tradizionali e orgoglio patriottico, un leader che ha affrontato senza timori il politicamente corretto, che ha rivendicato il ruolo delle forze armate come pilastro dello Stato e che ha cercato di restituire dignità a una nazione stanca di corruzione sistemica.
L’assalto alle istituzioni non è stato un progetto eversivo orchestrato dall’alto, ma una protesta disperata e mal indirizzata di cittadini che non si riconoscevano nell’esito elettorale e temevano un ritorno al passato, mentre Bolsonaro, anche nel suo silenzio e nella sua assenza fisica, restava per loro un punto di riferimento, un uomo che aveva “perso” le elezioni ma non l’anima del suo popolo, un politico che ha trasformato la propria biografia militare in una visione di disciplina e fermezza applicata alla cosa pubblica, pagando un prezzo altissimo in termini di demonizzazione internazionale e interna (fino al processo e alla condanna), e proprio per questo percepito come autentico e non addomesticato.
Oggi, 8 gennaio 2026, il nome Bolsonaro (se non il padre almeno il figlio) rimane il nome attorno a cui si coagula la speranza che quella voce continui a esistere nella storia politica del Paese come alternativa forte, identitaria e irriducibile.
