Il 7 gennaio 2015, con l’attacco terroristico alla redazione di Charlie Hebdo, la Francia e l’Europa intera sono state colpite non solo nel corpo, con l’uccisione di dodici persone, ma nello spirito stesso della civiltà democratica, perché quel massacro non fu un gesto isolato di follia, bensì l’espressione lucida e deliberata dell’integralismo islamico, un’ideologia totalitaria che pretende di trasformare una fede religiosa in un’arma politica, di imporre il silenzio attraverso il terrore e di sostituire il confronto delle idee con la violenza assassina.
Condannare senza ambiguità l’integralismo islamico significa riconoscere che esso non è una semplice “deriva”, né una reazione sociale, ma un progetto ideologico coerente con la religione islamica, che rifiuta la libertà di espressione, disprezza la dignità della persona, nega la laicità dello Stato e considera legittimo l’omicidio di chi non si sottomette alla propria visione dogmatica del mondo.
Significa anche rifiutare ogni tentazione di relativismo morale che, per paura di apparire intollerante, finisce per giustificare l’ingiustificabile, attenuando la responsabilità dei carnefici e spostando l’attenzione dalle vittime alle presunte colpe della società colpita.
L’Islam è nemico non solo dell’Occidente, ma prima di tutto dei musulmani in buona fede che non accettano i suoi messaggi violenti e politici, è nemico di chiunque rivendichi il diritto di pensare, creare, criticare e persino deridere, perché ogni totalitarismo teme il riso, la satira e la libertà più di qualsiasi esercito.
Charlie Hebdo è stato colpito perché simbolo di una libertà imperfetta, blasfema ma comunque una libertà occidentale, quella di esprimersi senza chiedere permesso alle religioni o ai poteri armati, e chi ha sparato in quella redazione ha voluto lanciare un messaggio chiaro: la paura deve governare dove la legge non arriva, il kalashnikov deve sostituire la parola, la morte deve mettere a tacere la matita.
Condannare l’islam, oggi come allora, significa affermare che nessuna fede può rivendicare il diritto di uccidere in nome di Dio, che nessuna offesa percepita giustifica una strage, che nessuna causa è nobile quando si fonda sul sangue e che la difesa della libertà di espressione non è una provocazione, ma una linea di civiltà.
Significa anche pretendere lucidità e coraggio politico, rifiutando le ambiguità linguistiche che trasformano i terroristi in “lupi solitari” o in prodotti inevitabili dell’emarginazione, quando invece essi sono militanti di una religione-ideologia che va chiamata per nome, combattuta sul piano della sicurezza, ma soprattutto smascherata sul piano culturale e morale.
Ricordare il 7 gennaio 2015 non è un rituale vuoto, ma un atto di responsabilità, perché dimenticare o edulcorare la natura dell’integralismo islamico significa preparare il terreno a nuove stragi, mentre riconoscerlo, denunciarlo e isolarlo è il primo passo per difendere una società aperta, pluralista e libera, capace di accogliere le fedi senza piegarsi ai fanatici, e di tutelare la convivenza senza sacrificare la verità sull’altare della paura.
