L’8 ottobre 1967 segna una data che molti, in certi ambienti ideologizzati, hanno trasformato in un simbolo di eroismo rivoluzionario, ma che in realtà rappresenta la fine di una delle più grandi mistificazioni del XX secolo: quella di Ernesto “Che” Guevara, l’uomo elevato a mito romantico di libertà, ma che in verità fu un fanatico ideologo, un carnefice travestito da liberatore, un profeta del totalitarismo comunista che seminò morte e oppressione in nome di un’utopia sanguinaria.
La sua cattura in Bolivia non fu la sconfitta di un santo idealista, ma il tramonto di una follia politica che, a differenza delle leggende che ne abbelliscono l’immagine, aveva già prodotto solo terrore, campi di concentramento e miseria.
Guevara, idolatrato da generazioni di giovani disinformati, non fu né un umanista né un difensore dei poveri, ma un uomo che predicava la violenza come via necessaria alla giustizia, che amava la morte come strumento politico, che si vantava di “saper odiare” e che firmò di suo pugno condanne a morte nei tribunali improvvisati della prigione di La Cabaña, dove le vittime non avevano neppure il diritto alla difesa.
Dietro il suo volto impresso su milioni di magliette e poster non c’è la tenerezza del rivoluzionario idealista, ma la fredda determinazione di un uomo che volle imporre il comunismo con il ferro e con il sangue, distruggendo ogni libertà in nome di un egualitarismo che altro non era se non la riduzione dell’uomo a ingranaggio dello Stato.
Il Che sognava un mondo senza Dio, senza proprietà, senza verità, dove l’individuo non contava più nulla e tutto era sacrificabile all’altare dell’ideologia. La sua Cuba non fu un laboratorio di giustizia sociale, ma un carcere a cielo aperto, un’isola dove la delazione, la paura e la povertà divennero strumenti di controllo politico.
E quando tentò di esportare quella rivoluzione in Africa e in America Latina, lasciò dietro di sé solo fallimenti, macerie e morti, perché il suo sogno marxista era intrinsecamente sterile, nemico della realtà e della dignità umana.
La sua fine in Bolivia non fu un martirio, ma la logica conclusione di una vita spesa a combattere contro la civiltà occidentale e cristiana, contro la libertà dell’uomo, contro la verità morale. Eppure, ancora oggi, nei campus universitari e nelle manifestazioni pseudo-progressiste, il suo volto viene esibito come icona di ribellione, senza che si comprenda che dietro quel simbolo c’è un culto della violenza, un disprezzo per la vita, una negazione della persona.
È la tragedia del nostro tempo: la glorificazione dei carnefici e l’oblio delle vittime. Che Guevara non merita l’onore delle bandiere, ma il giudizio severo della storia. Il suo comunismo non liberò nessuno, ma incatenò popoli interi. Il suo nome non evoca libertà, ma il gelo della tirannia ideologica.
L’8 ottobre 1967 non è il giorno in cui morì un eroe: è il giorno in cui cadde un fanatico, e con lui crollò un pezzo della menzogna rivoluzionaria che ancora, ostinatamente, tanti si rifiutano di vedere.
