Ieri questo psichiatra di cui purtroppo non ho registrato il nome diceva alla collega di Rai News che nelle comunità residenziali che si occupano di disagio psichiatrico giovanile più della metà degli ospiti sono provenienti da famiglie di immigrati, o come diceva lui, italiani di seconda generazione.
Ora, poiché il totale degli stranieri residenti in Italia è sotto il 9%, significa che chi nasce in una famiglia di immigrati ha oltre il 1100% di possibilità in più di vivere un disagio psichiatrico.
Sicuramente le scarse possibilità economiche, l’isolamento, la mancanza di una rete familiare e sociale sono dei fattori di rischio.
La risposta che dava lo psichiatra era incentrata sulla necessità che lo Stato si faccia carico di queste problematiche.
Certo sarebbe bello se potessimo farci carico, anche noi e non solo le strutture sanitarie pubbliche (che comunque non ce la possono fare).
Però io penso che si debba fare anche una riflessione sul fatto che vivere sradicati, in una cultura e anche in una fede in cui non ci si riconosce, è sicuramente una condizione problematica.
Contrariamente al clima culturale in cui viviamo, che ci vorrebbe tutti assolutamente intercambiabili e trapiantatili, come se l’appartenenza, la patria e la fede fossero parolacce, e il vivere altrove un valore di per sé, e che considera i “migranti” come risorse – un clima culturale rafforzato anche dagli stessi che hanno creato i problemi e le disuguaglianze economiche che sono alla base dell’emigrazione – io credo che sia sempre un dramma da evitare più possibile, per il bene di chi deve lasciare la sua terra e per l’equilibrio di chi accoglie.
Un dramma da evitare con politiche e scelte economiche che smettano di creare i problemi, soprattutto perché accogliere dignitosamente e rispettosamente richiede risorse che non abbiamo, e genera tanto dolore e necessità di cura a cui evidentemente non siamo in grado di rispondere.
COSTANZA MIRIANO

Gli immigrati italiani che sono andati dalla miseria al duro lavoro in Germania, Belgio, Francia non avevano “disagio psichico” e nemmeno tutti gli aiuti che oggi hanno le cd “risorse”. Lavoravano duramente e anche ghettizzati. Le iperbole statistiche sono manifestazione di ridicolaggine non di realtà. Io penso ai morti ed ai massacrati. Dell’assassino mi interessa solo il massimo della pena. Da scontare. Ma in uno Stato inesistente e permeato di “accoglienza” inutile aspettarsi il rispetto delle vittime.