Il nostro Dio non vuole riconoscimenti di mèrito che non càmbiano la vita di chi li fa, ma un culto spirituale che càmbia la nostra mentalità e la conforma al pensiero di Dio, che non è quello del mondo. Nel primo caso si elògia Gesú per qualcosa per cui gli sarebbe debitrice o le istituzioni, o la política, o la cultura, o la società, o le nazioni; e nàscono libri di riconoscenza per l’eredità del Cristianésimo; di descrizione stòrica e culturale dei progressi di civiltà di cui la fede cristiana ha mèrito; o di falsificazione dell’identità di Gesú e della sua missione, ma sempre per fini di esaltazione. Ricordo in modo disordinato solo alcune espressioni o títoli di libri in cui Gesú è diventato un benemèrito fondatore o una bandiera per tutte le rivendicazioni: “Perché non possiamo dirci cristiani”; “Gesú Re dei re”; “Fratello Gesú”; “Gesú rivoluzionàrio” o sovversivo; “Gesú il primo difensore delle donne e dei loro diritti”; “Gesú ribelle e anticonformista”; “Gesú pòvero e per la liberazione collettiva”. Tutte visioni parziali e interessate di Gesú che trascúrano due cose che abbiamo letto e sentito nelle letture di oggi: saremo giudicati da Gesú ed Egli vuole trovare in noi un culto spirituale. Diceva infatti il Vangelo: «Il Fíglio dell’uomo sta per venire nella glòria del Padre suo, con i suoi àngeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni» (Mt 16, v.27). Mentre san Pàolo ai Romani scriveva: «Fratelli, vi esorto, per la misericòrdia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrifício vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12, v.1). Càmbia completamente la prospettiva. Gesú si è offerto corporalmente al Padre come sacrifício gradito, accettando la morte in croce, e cosí deve risultare la nostra vita: santa e gradita a Dio.
Mentre il culto di un’immàgine parziale di Gesú o dei mèriti globali di Gesú e del Cristianésimo non impègnano nessuno nella santità; il culto spirituale è l’único culto che coinvolge la vita del credente e la càmbia in profondità. Al Signore non interèssano le chiàcchiere su di Lui, ma la relazione con Lui, con le sue parole e con la sua Pasqua. Chi parla di Gesú, normalmente è qualcuno che non si làscia giudicare da Gesú ed ha allergia per la verità tagliente che lo raggiunge da parte del Signore stesso e per mezzo dei profeti. Chi parla con Gesú e lo ama davvero, si làscia corrèggere da Gesú come san Pietro nel Vangelo di questa Doménica. Chi vive di Gesú e fa tutto per la sua glòria, come san Pàolo, gli darà un culto spirituale senza conformarsi al pensiero del mondo: «Non conformàtevi a questo mondo, ma lasciàtevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per potér discèrnere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12, v.2).
Il mondo è il grande antagonista di Dio e il pensiero del mondo è il vero uccisore di Dio. È una legge che ribalta la stòria dei fatti, perché lo Spírito datore di vita ribalta ogni apparenza. Mentre Gesú annúncia la sua passione e morte per la prima volta, col fine dichiarato di dare la vita per gli uòmini; il mondo (di cui si fa portavoce inconsapévole san Pietro, dopo la bella professione di fede elogiata da Gesú Doménica scorsa) annúncia la vita senza la croce; e il potere senza la sofferenza personale: «Dio non vòglia, Signore; questo non ti accadrà mai» (Mt 16, v.22). Mentre gli uòmini chièdono a Dio solo glòrie, piaceri, e salvezza per la pròpria vita; Dio chiede di èssere seguito nel dono di sé e della vera fede agli altri, rinnegando quella parte di noi che è àvida solo di cose per sé e di cose per il momento: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi ségua. Perché chi vuole salvare la pròpria vita, la perderà; ma chi perderà la pròpria vita per càusa mia, la troverà» (Mt 16, 24-25). Salvare la pròpria vita senza avere cura per la pròpria ànima, è pèrderla. Salvare la pròpria vita, amando il mondo e il pensiero del mondo, è pèrdere la vita eterna. Donare la vita a Dio è l’opposto di guadagnare il mondo, perché, nel dono della pròpria vita per la càusa di Dio, c’è quel culto spirituale che fa del nostro corpo uno strumento vivente e santo di giustízia. E il culto spirituale prevede quello che abbiamo visto in san Geremia, in san Pàolo e in san Pietro oggi: ardore per la càusa di Dio; rifiuto del pensiero del mondo; umiltà di lasciarsi corréggere dalle parole del Signore. In san Geremia, infatti, annunziatore della volontà di Dio e del peccato di idolatria di Israele, c’è l’ardore per la verità da proclamare: un ardore che è insopprimíbile e non teme la derisione, l’incomprensione e la persecuzione. Per questo ardore, non si teme il giudízio degli uòmini e ci si riprende presto dagli scoraggiamenti («Mi sforzavo di contenere un fuoco ardente, ma non potevo» [Ger 20, v.9]). In san Pàolo c’è il rifiuto totale di tutto ciò che si oppone alla santità o volontà di Dio, ragión per cui dice ai Romani e a noi: «Lasciàtevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per potér discèrnere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12, v.2). In san Pietro, non ancora riempito dello Spírito Santo nel giorno di Pentecoste, c’è l’umiltà di lasciarsi corréggere dal Signore. Non ci impressioni la parola “Sàtana” detta a lui da Gesú, per scuòterlo rispetto al suo ragionare «secondo gli uòmini e non secondo Dio»; ma ci preòccupi di piú che questa parola si può dire ancora a tanti cristiani che non si làsciano corréggere affatto dalle parole di Gesú e àmano il mondo e il peccato piú di Dio. Sí, Cristo dice ancora oggi: «Va’ dietro a me, Sàtana! Tu mi sei di scàndalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uòmini!», ai cristiani pro aborto, liquidità di gènere ed eutanasia; ai polítici che promuòvono diritti senza doveri; ai magistrati che perméttono l’impunità dei delinquenti; ai banchieri che ubbidíscono solo alle leggi del denaro. Dice “Sàtana” a chi convive, non conosce il pudore e schernisce la purezza e la castità. Dice “Sàtana” a chi proclama valori e agende da raggiúngere per il 2030 o prima, ma non pensa alla santità e al giudízio finale che lo attende dopo la morte. Ma mentre Pietro a quelle parole rinsaví, i Sàtana di oggi rídono in fàccia o alle spalle degli inviati da Dio, a loro danno: « Infatti ¿quale vantàggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la pròpria vita? O che cosa un uomo potrà dare in càmbio della pròpria vita?». La vita è Cristo e chi lo rinnega perde la vitaIl nostro Dio non vuole riconoscimenti di mèrito che non càmbiano la vita di chi li fa, ma un culto spirituale che càmbia la nostra mentalità e la conforma al pensiero di Dio, che non è quello del mondo. Nel primo caso si elògia Gesú per qualcosa per cui gli sarebbe debitrice o le istituzioni, o la política, o la cultura, o la società, o le nazioni; e nàscono libri di riconoscenza per l’eredità del Cristianésimo; di descrizione stòrica e culturale dei progressi di civiltà di cui la fede cristiana ha mèrito; o di falsificazione dell’identità di Gesú e della sua missione, ma sempre per fini di esaltazione. Ricordo in modo disordinato solo alcune espressioni o títoli di libri in cui Gesú è diventato un benemèrito fondatore o una bandiera per tutte le rivendicazioni: “Perché non possiamo dirci cristiani”; “Gesú Re dei re”; “Fratello Gesú”; “Gesú rivoluzionàrio” o sovversivo; “Gesú il primo difensore delle donne e dei loro diritti”; “Gesú ribelle e anticonformista”; “Gesú pòvero e per la liberazione collettiva”. Tutte visioni parziali e interessate di Gesú che trascúrano due cose che abbiamo letto e sentito nelle letture di oggi: saremo giudicati da Gesú ed Egli vuole trovare in noi un culto spirituale. Diceva infatti il Vangelo: «Il Fíglio dell’uomo sta per venire nella glòria del Padre suo, con i suoi àngeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni» (Mt 16, v.27). Mentre san Pàolo ai Romani scriveva: «Fratelli, vi esorto, per la misericòrdia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrifício vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12, v.1). Càmbia completamente la prospettiva. Gesú si è offerto corporalmente al Padre come sacrifício gradito, accettando la morte in croce, e cosí deve risultare la nostra vita: santa e gradita a Dio.
Mentre il culto di un’immàgine parziale di Gesú o dei mèriti globali di Gesú e del Cristianésimo non impègnano nessuno nella santità; il culto spirituale è l’único culto che coinvolge la vita del credente e la càmbia in profondità. Al Signore non interèssano le chiàcchiere su di Lui, ma la relazione con Lui, con le sue parole e con la sua Pasqua. Chi parla di Gesú, normalmente è qualcuno che non si làscia giudicare da Gesú ed ha allergia per la verità tagliente che lo raggiunge da parte del Signore stesso e per mezzo dei profeti. Chi parla con Gesú e lo ama davvero, si làscia corrèggere da Gesú come san Pietro nel Vangelo di questa Doménica. Chi vive di Gesú e fa tutto per la sua glòria, come san Pàolo, gli darà un culto spirituale senza conformarsi al pensiero del mondo: «Non conformàtevi a questo mondo, ma lasciàtevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per potér discèrnere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12, v.2).
Il mondo è il grande antagonista di Dio e il pensiero del mondo è il vero uccisore di Dio. È una legge che ribalta la stòria dei fatti, perché lo Spírito datore di vita ribalta ogni apparenza. Mentre Gesú annúncia la sua passione e morte per la prima volta, col fine dichiarato di dare la vita per gli uòmini; il mondo (di cui si fa portavoce inconsapévole san Pietro, dopo la bella professione di fede elogiata da Gesú Doménica scorsa) annúncia la vita senza la croce; e il potere senza la sofferenza personale: «Dio non vòglia, Signore; questo non ti accadrà mai» (Mt 16, v.22). Mentre gli uòmini chièdono a Dio solo glòrie, piaceri, e salvezza per la pròpria vita; Dio chiede di èssere seguito nel dono di sé e della vera fede agli altri, rinnegando quella parte di noi che è àvida solo di cose per sé e di cose per il momento: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi ségua. Perché chi vuole salvare la pròpria vita, la perderà; ma chi perderà la pròpria vita per càusa mia, la troverà» (Mt 16, 24-25). Salvare la pròpria vita senza avere cura per la pròpria ànima, è pèrderla. Salvare la pròpria vita, amando il mondo e il pensiero del mondo, è pèrdere la vita eterna. Donare la vita a Dio è l’opposto di guadagnare il mondo, perché, nel dono della pròpria vita per la càusa di Dio, c’è quel culto spirituale che fa del nostro corpo uno strumento vivente e santo di giustízia. E il culto spirituale prevede quello che abbiamo visto in san Geremia, in san Pàolo e in san Pietro oggi: ardore per la càusa di Dio; rifiuto del pensiero del mondo; umiltà di lasciarsi corréggere dalle parole del Signore. In san Geremia, infatti, annunziatore della volontà di Dio e del peccato di idolatria di Israele, c’è l’ardore per la verità da proclamare: un ardore che è insopprimíbile e non teme la derisione, l’incomprensione e la persecuzione. Per questo ardore, non si teme il giudízio degli uòmini e ci si riprende presto dagli scoraggiamenti («Mi sforzavo di contenere un fuoco ardente, ma non potevo» [Ger 20, v.9]). In san Pàolo c’è il rifiuto totale di tutto ciò che si oppone alla santità o volontà di Dio, ragión per cui dice ai Romani e a noi: «Lasciàtevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per potér discèrnere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12, v.2). In san Pietro, non ancora riempito dello Spírito Santo nel giorno di Pentecoste, c’è l’umiltà di lasciarsi corréggere dal Signore. Non ci impressioni la parola “Sàtana” detta a lui da Gesú, per scuòterlo rispetto al suo ragionare «secondo gli uòmini e non secondo Dio»; ma ci preòccupi di piú che questa parola si può dire ancora a tanti cristiani che non si làsciano corréggere affatto dalle parole di Gesú e àmano il mondo e il peccato piú di Dio. Sí, Cristo dice ancora oggi: «Va’ dietro a me, Sàtana! Tu mi sei di scàndalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uòmini!», ai cristiani pro aborto, liquidità di gènere ed eutanasia; ai polítici che promuòvono diritti senza doveri; ai magistrati che perméttono l’impunità dei delinquenti; ai banchieri che ubbidíscono solo alle leggi del denaro. Dice “Sàtana” a chi convive, non conosce il pudore e schernisce la purezza e la castità. Dice “Sàtana” a chi proclama valori e agende da raggiúngere per il 2030 o prima, ma non pensa alla santità e al giudízio finale che lo attende dopo la morte. Ma mentre Pietro a quelle parole rinsaví, i Sàtana di oggi rídono in fàccia o alle spalle degli inviati da Dio, a loro danno: « Infatti ¿quale vantàggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la pròpria vita? O che cosa un uomo potrà dare in càmbio della pròpria vita?». La vita è Cristo e chi lo rinnega perde la vita.
Padre Giuseppe Agnello*
L’autore aderisce a una riforma ortografica della lingua italiana
XXII Doménica del T.O. anno A, 30 Agosto 2026. Ger 20,7-9; Sal 62; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27
