Il 28 dicembre 1973, quando Aleksandr Solženicyn pubblicò Arcipelago Gulag, il mondo ricevette non soltanto un libro, ma una rivelazione morale che squarciava il velo di menzogne tessuto per decenni attorno al comunismo sovietico, perché in quelle pagine, nate dall’esperienza diretta e da centinaia di testimonianze, prendeva corpo il sistema dei campi di lavoro forzato come architrave di uno Stato fondato sulla paura, sulla delazione e sulla distruzione dell’uomo, un arcipelago di lager disseminati in tutta l’Unione Sovietica in cui milioni di innocenti – contadini colpevoli di possedere un campo, operai accusati di sabotaggio, intellettuali sospettati di pensiero indipendente, sacerdoti, ufficiali, semplici cittadini travolti da quote di arresti arbitrarie – vennero annientati fisicamente e spiritualmente, mostrando che il terrore non fu una deviazione, ma un metodo di governo, dalla Čeka di Lenin alle grandi purghe di Stalin, dalle deportazioni di interi popoli come i kulaki, i tatari di Crimea, i ceceni e gli ingusci, fino alle carestie indotte come l’Holodomor ucraino che costarono milioni di vite, e che dietro la retorica della liberazione dei lavoratori si celava un meccanismo totalitario che spezzava ogni libertà, cancellava la religione, manipolava la verità e riduceva l’uomo a ingranaggio sacrificabile.
Arcipelago Gulag, pur radicato nell’esperienza sovietica, divenne anche la chiave per comprendere che lo stesso paradigma di violenza si ripeté ovunque il comunismo si impose, dalla Cina di Mao con il Grande Balzo in Avanti che provocò la più grande carestia della storia e la Rivoluzione culturale che scatenò persecuzioni, umiliazioni pubbliche e milioni di morti, alla Cambogia di Pol Pot dove in pochi anni un quarto della popolazione fu sterminato in nome dell’utopia agraria, dal Vietnam dei campi di rieducazione al Laos, dalla Corea del Nord con il suo sistema ancora attivo di лагер e di repressione ereditaria, fino a Cuba con le carceri politiche e le fucilazioni, all’Europa orientale soffocata da polizie segrete, processi farsa e invasioni armate come a Budapest nel 1956 e a Praga nel 1968, e persino all’Africa e all’America Latina dove regimi ispirati al marxismo-leninismo instaurarono dittature, confiscarono beni, repressero oppositori e trascinarono interi popoli nella miseria.
Solženicyn, con il coraggio del testimone e la forza dello scrittore, non si limitò a denunciare il numero sterminato delle vittime, che gli storici stimano in decine di milioni, ma mise a nudo il male più profondo, quello della menzogna elevata a sistema, della complicità forzata, dell’abitudine al compromesso che corrompe le coscienze, ricordando che nessuna ideologia, per quanto prometta giustizia ed eguaglianza, può giustificare la soppressione della persona, e che ogni progetto politico che neghi la dignità trascendente dell’uomo è destinato a trasformarsi in macchina di oppressione.
Per questo Arcipelago Gulag resta un libro necessario, perché non appartiene solo al passato, ma parla a ogni generazione che rischia di cedere al fascino delle utopie salvifiche, ammonendo che la libertà è fragile, che il totalitarismo nasce spesso dall’indifferenza e dalla paura, e che la memoria delle vittime del comunismo sovietico e mondiale non è un esercizio ideologico, ma un dovere morale verso la verità e verso l’uomo, affinché il grido che attraversa quelle pagine non venga mai più soffocato dal silenzio.
Giuseppe Canisio

Concordo in pieno. Suggerisco, x comprendere ancora meglio, dello stesso autore A.Solzenicyn, il fondamentale volume “due secoli insieme”.