Il 19 gennaio 2000 moriva ad Hammamet Bettino Craxi, figura centrale e controversa della storia politica della Repubblica italiana, protagonista assoluto degli anni Ottanta e primo socialista a ricoprire la carica di presidente del Consiglio dei ministri, ruolo che esercitò dal 1983 al 1987 lasciando un’impronta profonda e duratura sul sistema politico, istituzionale ed economico del Paese.
Craxi fu anzitutto l’uomo che trasformò radicalmente il Partito Socialista Italiano, sottraendolo alla storica subalternità nei confronti del Partito Comunista e restituendogli una vocazione di governo, modernizzandone linguaggio, classe dirigente e ambizioni, fino a renderlo perno di maggioranze centriste e riformiste, e in questo senso la sua azione rappresentò una rottura netta con la tradizione della sinistra italiana, introducendo un socialismo autonomo, laico, occidentale e atlantico, fortemente critico verso il comunismo sovietico e deciso a collocare l’Italia stabilmente nel campo delle democrazie liberali.
Come capo del governo, Craxi dimostrò decisione e autorevolezza, rafforzando il ruolo dell’esecutivo, riducendo l’instabilità cronica dei governi precedenti e restituendo all’Italia un peso internazionale che appariva appannato, come dimostrano la gestione della crisi di Sigonella, che segnò un raro momento di affermazione della sovranità nazionale nei confronti degli Stati Uniti, e il suo attivismo in politica estera nel Mediterraneo, nel dialogo con il mondo arabo e nella costruzione europea.
Sul piano economico, il suo governo affrontò con pragmatismo l’inflazione, in particolare attraverso il controverso taglio della scala mobile, misura impopolare ma ritenuta necessaria per contenere la spirale prezzi-salari e riportare credibilità alla politica economica italiana, scelta che gli attirò l’ostilità di ampi settori della sinistra e dei sindacati ma che contribuì alla stabilizzazione monetaria e alla crescita degli anni successivi.
Tuttavia, accanto a questi elementi positivi, la parabola di Craxi è inseparabile da ombre profonde che ne compromettono il giudizio storico, a partire dal rapporto sistemico con il finanziamento illecito della politica, che sotto la sua segreteria assunse nel PSI dimensioni strutturali e che emerse drammaticamente con l’inchiesta di Mani Pulite, rivelando un intreccio pervasivo tra partiti, imprese e potere pubblico, di cui Craxi non fu un semplice ingranaggio ma uno dei principali protagonisti e teorici, come dimostrano le sue rivendicazioni sulla natura “necessaria” di quel sistema.
La sua reazione alle indagini giudiziarie, segnata da uno scontro frontale con la magistratura, da un rifiuto di assumersi responsabilità personali e dalla scelta dell’esilio ad Hammamet, contribuì a cristallizzare un’immagine di leader incapace di distinguere tra responsabilità politica e colpa penale, rafforzando nell’opinione pubblica la percezione di una distanza crescente tra classe dirigente e cittadini.
Inoltre, il craxismo favorì una personalizzazione del potere e una cultura politica fondata sul decisionismo, sull’uso spregiudicato delle risorse pubbliche e su un’idea muscolare del consenso, che se da un lato garantì governabilità, dall’altro alimentò pratiche clientelari, un aumento del debito pubblico e una progressiva erosione dell’etica pubblica.
Craxi fu dunque un riformatore incompiuto, capace di intuizioni lucide sulla necessità di modernizzare lo Stato e il sistema politico, ma prigioniero di un metodo di gestione del potere che finì per travolgere lui, il suo partito e l’intero assetto della Prima Repubblica, lasciando un’eredità ambivalente: da un lato l’immagine di uno statista che seppe dare all’Italia dignità internazionale e stabilità interna, dall’altro quella di un leader che non seppe o non volle interrompere un sistema corrotto di cui fu beneficiario e simbolo, rendendo la sua figura ancora oggi oggetto di giudizi contrastanti, oscillanti tra rivalutazione storica e condanna morale.
