L’ingresso della Bulgaria nell’eurozona a partire da oggi, giovedì 1º gennaio 2026, celebrato con entusiasmo dalle istituzioni europee e presentato come un traguardo storico, riapre però una ferita mai rimarginata in molti Paesi che hanno già vissuto sulla propria pelle gli effetti della moneta unica, a partire dall’Italia, dove l’euro ha coinciso con una lunga stagione di stagnazione economica, perdita di sovranità monetaria e progressivo impoverimento del ceto medio.
L’adozione dell’euro ha infatti privato gli Stati della possibilità di gestire autonomamente la politica monetaria e il cambio, strumenti essenziali per economie con strutture produttive diverse, imponendo una camicia di forza pensata su misura per i Paesi più forti, in primis la Germania, e rivelatasi penalizzante per quelli con sistemi industriali più fragili o orientati all’export di medio valore aggiunto.
In Italia il passaggio dalla lira all’euro è stato accompagnato da un aumento generalizzato dei prezzi, da salari rimasti sostanzialmente fermi per oltre vent’anni e da una competitività erosa, mentre imprese e famiglie hanno dovuto affrontare vincoli di bilancio sempre più stringenti, aggravati dalle regole di austerità imposte dai trattati europei.
Situazioni analoghe si sono verificate in Grecia, dove l’euro ha contribuito a una crisi devastante, con tagli draconiani a pensioni, sanità e servizi pubblici, ma anche in Spagna e Portogallo, dove la moneta unica ha amplificato squilibri e reso più dolorosi gli aggiustamenti economici.
L’euro, presentato come strumento di stabilità e prosperità condivisa, si è trasformato per molti Paesi in un moltiplicatore di disuguaglianze, favorendo la concentrazione della ricchezza e la dipendenza dai mercati finanziari, mentre le politiche economiche nazionali sono state subordinate ai parametri di Bruxelles e alle decisioni della Banca centrale europea.
Per la Bulgaria il rischio è di ripercorrere lo stesso sentiero: l’abbandono del lev significa rinunciare a un’importante leva di controllo economico proprio in una fase in cui il Paese presenta un livello di redditi e salari nettamente inferiore alla media dell’eurozona, con il pericolo concreto di un aumento dei prezzi che colpisca duramente il potere d’acquisto dei cittadini.
L’ingresso nell’euro potrebbe inoltre limitare la capacità di Sofia di reagire a shock economici futuri, costringendola a politiche restrittive incompatibili con le esigenze di sviluppo di un’economia ancora in fase di consolidamento.
Dietro la retorica dei pagamenti più semplici e dei viaggi più facili, si cela dunque una scelta irreversibile che potrebbe accentuare le fragilità strutturali del Paese, legandolo a un sistema monetario che, lungi dall’essere neutrale, ha già dimostrato di produrre vincitori e vinti.
La storia recente dell’euro insegna che i benefici non sono distribuiti equamente e che i costi ricadono spesso sulle fasce più deboli della popolazione, lasciando ai governi margini di manovra sempre più ridotti, ed è legittimo chiedersi se la Bulgaria, come già accaduto a molti altri Stati europei, non scoprirà troppo tardi che l’ingresso nella moneta unica comporta sacrifici ben più pesanti di quelli raccontati nelle celebrazioni ufficiali.
