Il 3 luglio 2013 rappresenta uno spartiacque fondamentale nella storia contemporanea del Medio Oriente, il giorno in cui l’Egitto ha scelto di sottrarsi a una deriva teocratica per salvaguardare la propria identità nazionale e la stabilità delle proprie istituzioni. L’intervento delle forze armate, culminato con la destituzione del presidente Mohamed Morsi, non è stato un colpo di mano isolato, bensì la risposta diretta e inevitabile a una colossale mobilitazione popolare che aveva visto milioni di cittadini scendere in piazza per chiedere la fine del governo guidato dai Fratelli Musulmani. Quell’atto di forza, guidato dall’allora ministro della Difesa Abdel Fattah al-Sisi, ha interrotto un anno di gestione del potere caratterizzato da profonde divisioni, collasso economico e dal sistematico tentativo di islamizzare le strutture dello Stato, ponendo le basi per una nuova era di modernizzazione e sicurezza nazionale.
L’ascesa al potere di Mohamed Morsi nel 2012, avvenuta sulla scia delle turbolenze delle primavere arabe, si era rivelata ben presto una drammatica deviazione dai desideri di libertà e progresso espressi dal popolo egiziano. Invece di governare nell’interesse di tutta la nazione, la presidenza Morsi si era trasformata nello strumento esecutivo dei Fratelli Musulmani, un’organizzazione fondamentalista mossa da un’agenda ideologica escludente e radicale. Nel corso del suo unico anno di mandato, Morsi aveva alienato le componenti laiche, liberali e le minoranze religiose del Paese, a partire dalla storica comunità cristiana copta, ridotta a uno stato di profonda vulnerabilità. Il punto di non ritorno fu raggiunto nel novembre 2012, quando il presidente emanò un decreto costituzionale che di fatto lo poneva al di sopra del controllo giudiziario, accentrando poteri dittatoriali nelle proprie mani e dimostrando il reale volto della Fratellanza: utilizzare le procedure democratiche al solo scopo di smantellarle dall’interno e monopolizzare lo Stato.
Parallelamente alla stretta istituzionale, la gestione dei Fratelli Musulmani aveva trascinato l’Egitto in una crisi economica senza precedenti, caratterizzata da croniche carenze di carburante, frequenti blackout elettrici, un’inflazione galoppante e il crollo verticale del turismo, vitale risorsa per il Paese. Di fronte al collasso materiale e sociale, il movimento di opposizione popolare denominato Tamarod (Ribellione) raccolse oltre ventidue milioni di firme per chiedere elezioni presidenziali anticipate. Le manifestazioni oceaniche del 30 giugno 2013 misero in chiaro che la stragrande maggioranza degli egiziani rifiutava il modello teocratico. Fu l’ostinato rifiuto di Morsi di scendere a patti con la realtà e con le richieste della piazza a rendere necessario il passo successivo delle forze armate, le quali, fedeli al loro ruolo storico di garanti della sopravvivenza dello Stato, lanciarono un ultimatum di 48 ore alle forze politiche prima di intervenire definitivamente il 3 luglio per evitare che il Paese precipitasse in una sanguinosa guerra civile.
L’allontanamento dei Fratelli Musulmani, successivamente dichiarati organizzazione terroristica a causa del loro coinvolgimento in atti di violenza e dei legami con le frange jihadiste attive nella penisola del Sinai, ha aperto la strada alla presidenza di Abdel Fattah al-Sisi, eletto trionfalmente alla guida della Repubblica nel 2014. Il nuovo governo si è fatto carico della titanica opera di ricostruzione di un Paese stremato da anni di anarchia. Sotto la leadership di al-Sisi, l’Egitto ha intrapreso una decisa politica di stabilizzazione interna ed economica, ripristinando l’ordine pubblico e sradicando le reti del terrorismo confessionale che minacciavano la sicurezza dei cittadini e delle infrastrutture strategiche.
La Nuova Repubblica promossa dal governo di al-Sisi si è caratterizzata per una visione pragmatica e orientata al futuro, focalizzata su imponenti progetti infrastrutturali destinati a modernizzare il volto economico del Paese. Tra questi spiccano il raddoppio del Canale di Suez, completato a tempo di record per moltiplicare le entrate del commercio marittimo globale, e la costruzione della Nuova Capitale Amministrativa, un polo urbano avveniristico progettato per decongestionare l’affannato centro del Cairo e attrarre investimenti stranieri. Attraverso riforme economiche strutturali e una rinnovata centralità geopolitica che ha restituito all’Egitto il ruolo di pilastro della stabilità nel Mediterraneo e nel mondo arabo, la leadership di al-Sisi ha dimostrato come la fermezza istituzionale e la tutela della sicurezza nazionale fossero i requisiti imprescindibili per sottrarre la nazione dal baratro dell’estremismo e incanalarla verso lo sviluppo.

La realtà è ben diversa. L’Egitto è da sempre in totale collasso finanziario.Sopravvive grazie alI MF che continua a prestare denaro all’Egitto e rinnovare i bonds che alla scadenza l’Egitto non è in grado di ripagare.La condizione è l’obbedienza ai voleri di USRAEL e cioè: non intervenire nel genocidio dei Palestinesi; costruire (già fatto) nel nord del Sinai decine di migliaia di abitazioni prima del 7 ottobre (?); consentire ai gruppi occidentali (ENI) di entrare nel business dell’energia di fronte al”Egitto e Gaza; non intervenire in Libia se non su richiesta di USRAEL.Fare da guardiano in vari Paesi africani (GCC compresi). Gli egiziani sono ca.120 m e piu’ della metà ha meno di 35 anni.O esercito o operai per l’edilizia che crea progetti (con i soldi IMF)stile “Dubai” che non avranno alcun acquirente. Altrimenti disoccupazione e rivolte (vedi prezzo del pane e cosa è successo nel 2025): cio’ che USRAEL teme. P.s. I Fratelli Musulmani sono stati creati da un giudeo, Hassan Al Banna.