Dopo anni di narrativa pandemica, un nuovo allarme sembra riempire lo spazio pubblico con la medesima intensità: il caldo. Ma non un caldo qualsiasi, bensì un’emergenza climatica permanente, descritta con toni apocalittici da giornali, istituzioni e intellettuali organici. Come nel caso del Covid, anche qui assistiamo a una costruzione retorica fondata sullo stesso schema: un pericolo globale, invisibile ma pervasivo, che giustifica interventi drastici e la sospensione di logiche normali di vita, libertà e produzione.
Durante la pandemia, si è inaugurata una nuova stagione della governance mondiale: non più fondata sul diritto, ma sull’eccezione. La paura ha permesso di implementare misure fino ad allora impensabili: restrizioni ai movimenti, sorveglianza digitale, esclusione sociale per i non conformi. Oggi la narrativa climatica prosegue sulla medesima linea. E come per il virus, il racconto ufficiale non ammette sfumature: il cambiamento climatico è una realtà assoluta, causata esclusivamente dall’uomo. Ogni dissenso è bollato come “negazionismo climatico”, ogni dubbio diventa colpa morale.
Ma davvero la crisi climatica è tutta colpa dell’uomo? Una parte crescente della comunità scientifica — anche se silenziata nei media mainstream — solleva interrogativi legittimi. L’andamento delle temperature nel corso della storia terrestre ha seguito cicli naturali di riscaldamento e raffreddamento. La stessa “piccola era glaciale” tra il XVI e il XIX secolo o il “periodo caldo medioevale” non possono essere spiegati con le emissioni industriali. L’influenza dell’attività solare, delle correnti oceaniche, dei vulcani, del campo magnetico terrestre non può essere ridotta alla CO₂ prodotta da automobili e caldaie.
Tuttavia, come per il Covid, l’emergenza serve a veicolare un’agenda di trasformazione sociale. L’ambientalismo ideologico, promosso da élite finanziarie e organismi sovranazionali, è diventato il pretesto per riformare profondamente il nostro modello di vita: ridurre la mobilità individuale, eliminare la proprietà privata, limitare il consumo di carne, digitalizzare ogni attività, persino il denaro. Il tutto in nome della “salvezza del pianeta”. Ma, in fondo, si tratta ancora una volta di disciplinamento sociale.
Chi ha vissuto in prima persona l’esperienza della pandemia e ha saputo resistere alla narrazione dominante, dovrebbe oggi avere la lucidità di riconoscere gli stessi meccanismi. E invece, anche tra i non vaccinati, molti sembrano desiderosi di archiviare tutto come un semplice “errore di gestione”. Ma ciò che è accaduto tra il 2020 e il 2022 non è stato un incidente: è stato l’inizio di un nuovo paradigma. La gestione del clima è la sua prosecuzione.
Non si tratta di essere “complottisti”, ma di essere uomini integri — come diceva qualcuno — capaci di stare davanti alla realtà senza cedere alla paura. Il futuro che ci vogliono proporre è un futuro in cui tutto è condizionato da emergenze permanenti, dove i diritti diventano concessioni e la libertà dipende dal grado di obbedienza.
La vera domanda non è se farà caldo. Ma se, ancora una volta, saremo pronti a cedere tutto in nome della paura.
Matteo Orlando

Che fatica, quasi impossibile condividere qs argomenti con i cristiani…in particolare quelli di comunione e liberazione.
A volte penso di esser in errore…poi la realtà parla e resta la preghiera.
Grazie