L’attentato avvenuto a Modena riapre una domanda che la politica italiana continua a evitare: quante volte dovremo assistere a episodi di violenza come questo prima di ammettere che il modello di integrazione imposto negli ultimi decenni ha fallito?
Un uomo di maghrebino ha travolto dei passanti nel centro cittadino, ferendo gravemente diverse persone, per poi tentare di aggredire un altro uomo con un coltello durante la fuga. Le autorità stanno ancora indagando sul movente e non hanno confermato un legame terroristico, ma il caso ha già scatenato un forte dibattito politico e sociale.
Ogni volta il copione è identico. Prima lo shock. Poi gli appelli alla prudenza. Poi l’invito a “non strumentalizzare”. Infine il silenzio, fino al prossimo episodio.
Eppure il problema esiste. Negarlo significa abbandonare i cittadini onesti, italiani e stranieri regolarmente integrati, a una situazione sempre più esplosiva.
Negli ultimi anni molte città italiane hanno visto crescere fenomeni di criminalità diffusa, aggressioni, violenze urbane, rapine e tensioni sociali. Anche a Modena, negli ultimi mesi, si sono moltiplicati episodi di violenza e interventi straordinari delle forze dell’ordine.
Il punto centrale è che uno Stato serio non può permettere che chi rifiuta le regole fondamentali della convivenza continui a restare sul territorio nazionale senza conseguenze.
Per questo è sempre più urgente praticare in Italia una remigrazione di massa.
Per troppo tempo l’Italia ha confuso l’accoglienza con l’assenza di condizioni. Ha accolto senza pretendere integrazione reale, rispetto culturale, adesione ai valori costituzionali e soprattutto rispetto della legge.
Una società può essere aperta soltanto se è anche capace di difendersi.
Chi arriva in Italia deve sapere che esistono doveri precisi: rispettare le leggi, imparare la lingua, contribuire alla società, accettare i principi democratici, la parità uomo-donna, la laicità dello Stato e il rifiuto della violenza religiosa o politica.
Quando questo non avviene, il risultato è la frammentazione sociale. Quartieri abbandonati. Comunità parallele. Radicalizzazione. Criminalità. Paura.
Ed è proprio la paura il dato politico che le élite continuano a sottovalutare. Non la paura ideologica o propagandistica, ma quella concreta delle persone comuni: prendere un treno la sera, lasciare uscire i figli, attraversare una stazione, vivere serenamente la propria città.
Molti cittadini non chiedono odio o vendetta. Chiedono semplicemente ordine. Chiedono che chi delinque venga espulso se straniero. Chiedono controlli severi. Chiedono che l’interesse nazionale torni al centro.
È qui che il dibattito dovrebbe diventare serio e non ideologico.
Serve una politica migratoria radicalmente diversa: blocco dell’immigrazione illegale; espulsione rapida degli stranieri condannati per reati gravi; revoca dei benefici per chi rifiuta integrazione e legalità; controlli rigorosi sui processi di radicalizzazione; accordi internazionali efficaci per i rimpatri; difesa delle periferie e delle città lasciate sole.
Continuare invece a liquidare ogni critica come “razzismo” significa regalare il problema agli estremismi.
La verità è che l’integrazione non può essere un diritto automatico: deve essere una scelta reciproca. Una nazione non sopravvive se rinuncia alla propria identità, alle proprie leggi e alla propria sicurezza nel timore di apparire severa.
L’Italia ha il diritto di decidere chi entra, chi resta e a quali condizioni. E soprattutto ha il dovere di proteggere i cittadini che rispettano le regole, indipendentemente dalla loro origine.
La tragedia di Modena non può essere dimenticata nel giro di una settimana. Deve diventare l’occasione per riaprire finalmente un confronto reale sul rapporto tra immigrazione, sicurezza e integrazione, senza censure ideologiche ma anche senza trasformare singoli crimini nella condanna collettiva di milioni di persone.
