La visita di Papa Leone XIV nel Principato di Monaco non è stata una parentesi di rappresentanza. È stata una lezione. Breve nella durata, ampia nella portata. Il Papa è arrivato al mattino, ha attraversato le tappe pubbliche previste, dal Palazzo dei Principi alla Cattedrale, dall’incontro con i giovani e i catecumeni fino alla Messa allo Stadio Louis II, ed è poi ripartito nel tardo pomeriggio in elicottero verso il Vaticano. Tutto molto ordinato. Tutto molto misurato. Tutto molto più denso di quanto una lettura superficiale possa far credere.
Il punto è questo: Il Santo Padre non è andato a Monaco per benedire una bella cornice. È andato a mettere il Vangelo dentro una cornice che il mondo considera riuscita. Un piccolo Stato, ricco, elegante, stabile, internazionale, cattolico per tradizione. Proprio per questo simbolico. Perché quando una realtà del genere ascolta il Papa, non è soltanto Monaco a essere giudicata dalla Parola. È tutta la cattolicità benestante, organizzata, rispettabile, efficiente. Quella che rischia di pensare di stare bene solo perché funziona.
Nel saluto iniziale ha toccato subito il nervo scoperto: la piccolezza. Ha detto che i piccoli fanno la storia. Ha detto che la piccolezza può diventare vocazione all’incontro, all’amicizia sociale, alla giustizia, alla pace. Ha detto che i beni ricevuti non possono essere trattenuti, ma devono essere rimessi in circolo. È una parola che riguarda Monaco. Riguarda anche la Chiesa intera. Perché anche noi, troppo spesso, tratteniamo. Tratteniamo risorse, spazi, ruoli, tradizioni, linguaggi, perfino carismi, come se fossero proprietà da difendere e non doni da ridistribuire. E quando la Chiesa trattiene, si appesantisce. Quando si appesantisce, smette di generare.
In Cattedrale ha portato tutto a Cristo, chiamandolo “avvocato” presso il Padre. Qui il discorso si è fatto ancora più serio. La Chiesa esiste per difendere l’uomo, tutto l’uomo e ogni uomo. Non per assecondare il mondo, non per inseguirlo, non per decorarlo religiosamente. Difendere l’uomo significa annunciare il Vangelo della vita, custodire la dignità della persona, ricordare che la vita va dal concepimento alla fine naturale, sottrarre la società alla riduzione economicistica, salvare l’uomo dall’individualismo che lo isola e lo svuota. Questa parola non interpella solo i governanti di Monaco. Interpella parroci, vescovi, religiosi, laici impegnati, educatori, famiglie, associazioni, movimenti. Perché una Chiesa che non difende l’uomo nella verità finisce sempre per accompagnarlo nella sua confusione.
Con i giovani e i catecumeni ha mostrato di conoscere bene il nostro tempo. Velocità, rumore, mutazione continua, identità fragili, relazioni instabili, bisogno compulsivo di novità. Non ha risposto con moralismi stanchi. Ha risposto dicendo che ciò che dà consistenza alla vita è l’amore di Dio, accolto nel silenzio, nella preghiera, nell’ascolto, nell’Eucaristia, nell’adorazione. Qui c’è una parola severa anche per la pastorale cattolica di oggi. Perché noi spesso ci illudiamo di rinnovare la Chiesa moltiplicando attività, strumenti, iniziative, linguaggi, presenze digitali. Il Papa ci ricorda che senza vita interiore non nasce nulla di veramente cristiano. Nasce agitazione. E l’agitazione, anche quando è ecclesiale, resta agitazione.
La Messa finale ha svelato la radice di tutto: l’idolatria. Commentando il Vangelo di Caifa e del sinedrio, ha mostrato come il potere, quando teme di perdere sé stesso, arrivi a ritenere sacrificabile l’innocente. È una logica antica. È anche terribilmente attuale. Il Papa ha parlato dei molti calcoli con cui ancora oggi si eliminano gli innocenti e ha legato questa violenza all’idolatria del potere e del denaro. Ha detto anche una cosa molto forte: gli idoli sono “piccole idee” che rimpiccioliscono Dio e rimpiccioliscono l’uomo. E qui la parola diventa universale. Perché anche nella Chiesa ci sono piccole idee che diventano idoli. L’idolo del consenso. L’idolo dei numeri. L’idolo dell’immagine. L’idolo della tranquillità. L’idolo dell’efficienza. L’idolo della conservazione di sé. A quel punto il rischio è sempre lo stesso: sacrificare l’essenziale per salvare l’apparato. Ragionare come Caifa, con linguaggio magari più devoto.
La visita a Monaco, dunque, non è stata una cartolina. È stata una verifica. Una verifica anche per noi. Le nostre comunità stanno rimettendo in circolo i doni ricevuti oppure li stanno amministrando con paura? Le nostre parrocchie stanno formando cristiani capaci di preghiera, silenzio, adorazione, coscienza, oppure stanno solo organizzando presenze? Le nostre opere ecclesiali difendono davvero l’uomo intero, oppure si limitano a scegliere cause compatibili con il consenso del tempo? Le nostre strutture servono la missione, oppure chiedono alla missione di servire loro?
Quando il Papa parla a un piccolo Stato, la Chiesa farebbe bene a non ascoltare da turista. Perché in realtà sta parlando a lei. E Leone XIV, con grande sobrietà, a Monaco ha detto proprio questo: il Vangelo non serve a nobilitare il prestigio. Serve a convertire il cuore, a smascherare gli idoli, a liberare l’uomo, a rendere la Chiesa più povera di sé e più piena di Cristo. Il resto fa scena. E la scena, si sa, dura poco.
Mario Proietti
