L’otto febbraio del 1996 il Congresso degli Stati Uniti approvava il “Communications Decency Act”, un primo tentativo di regolamentare la pornografia su Internet.
All’epoca sembrò a molti un atto goffo, forse ingenuo, sicuramente prematuro: il Web era ancora giovane, popolato da idealisti, pionieri e tecnofili che lo immaginavano come una nuova frontiera della libertà.
Parlare di controllo, di limiti, di responsabilità appariva quasi una forma di censura preventiva, un residuo di moralismo incompatibile con l’utopia digitale che prometteva conoscenza senza confini.
Eppure, col senno di poi, quella legge – pur imperfetta, bocciata in parte dalla Corte Suprema e rapidamente superata dagli eventi – appare come una delle ultime espressioni di un’ingenuità ormai perduta: l’idea che il problema principale fosse “la pornografia”, quando in realtà stava nascendo qualcosa di molto più profondo e disturbante.
Internet non ha semplicemente moltiplicato l’accesso ai contenuti sessuali: ha trasformato il desiderio in mercato globale, la perversione in algoritmo, l’abuso in sistema industriale.
La pornografia online non è solo una questione morale, ma strutturale: ha insegnato a intere generazioni a percepire il corpo come oggetto, il consenso come finzione, la vulnerabilità come merce. E, soprattutto, ha costruito una gigantesca zona grigia in cui ciò che è legale, illegale, tollerato e nascosto si mescola in modo indistinguibile.
In questo contesto, la retorica libertaria degli anni Novanta appare oggi come una gigantesca autoassoluzione collettiva: si è voluto credere che bastasse la tecnologia a garantire il progresso, senza interrogarsi su chi ne avrebbe tratto davvero profitto.
È qui che le rivelazioni legate ai file Epstein assumono un significato che va ben oltre il singolo scandalo. Non stiamo parlando solo di un uomo potente che ha abusato di minori, né di una rete di complicità che coinvolge politici, imprenditori, accademici e personaggi pubblici.
Stiamo parlando della dimostrazione concreta che esiste un’élite globale che ha potuto, per decenni, sfruttare sistematicamente corpi fragili protetta da silenzi, ricatti, segreti e complicità istituzionali.
Epstein non è un’anomalia: è il prodotto perfetto di una cultura che ha normalizzato l’idea che tutto possa essere comprato, archiviato, nascosto e, se necessario, cancellato.
Internet, in questo senso, non è stato solo uno strumento di diffusione, ma anche un dispositivo di potere. Ha reso possibile la circolazione di immagini, contatti, reti di adescamento, archivi compromettenti; ha offerto una infrastruttura ideale per il ricatto, la sorveglianza e il controllo.
La pornografia “di massa” ha fatto da copertura culturale a un fenomeno molto più oscuro: la trasformazione dell’abuso in capitale informativo. I file Epstein non sono solo documenti: sono simboli di un mondo in cui il peccato non viene punito, ma gestito, schedato, monetizzato.
Il paradosso più inquietante è che, mentre nel 1996 si discuteva di come proteggere i minori dalla pornografia online, oggi scopriamo che molti dei custodi ufficiali della morale pubblica – politici, giudici, banchieri, filantropi – partecipavano direttamente o indirettamente a sistemi di sfruttamento reale.
Non virtuale, non simbolico, ma concreto: corpi di ragazze trafficate, manipolate, comprate, silenziate. Il problema non era l’assenza di leggi, ma la presenza di poteri troppo grandi per essere toccati.
La vicenda Epstein rivela così il fallimento profondo dell’idea liberale secondo cui la trasparenza digitale avrebbe automaticamente portato giustizia. In realtà, Internet ha prodotto una trasparenza selettiva: i deboli sono esposti, i forti restano opachi. Le masse consumano pornografia gratuita; le élite archiviano segreti inaccessibili.
La cultura della “libertà di contenuti” ha finito per proteggere soprattutto chi aveva già gli strumenti per nascondere i propri crimini dietro strutture legali, fondazioni, ONG, accordi extragiudiziali.
C’è infine una dimensione quasi metafisica in tutto questo. Il Communications Decency Act nasceva dall’idea che il problema fosse la decenza, cioè il linguaggio, le immagini, la superficie morale della comunicazione.
Ma i file Epstein mostrano che il vero problema non è la decenza, bensì la verità. Non ciò che si vede, ma ciò che non si può vedere; non l’eccesso di esposizione, ma l’eccesso di segretezza. Il male contemporaneo non è osceno: è amministrato, protocollato, firmato da avvocati, coperto da contratti di riservatezza.
In questo senso, la storia che va dal 1996 a oggi non è la storia di una tecnologia sfuggita di mano, ma di una civiltà che ha progressivamente rinunciato all’idea di limite. Si è voluto credere che tutto potesse essere mostrato senza conseguenze, e intanto si è costruito un mondo in cui le cose più gravi non vengono mai mostrate davvero.
La pornografia è diventata spettacolo; lo sfruttamento è diventato sistema; la giustizia è diventata eccezione. E i file Epstein, più che uno scandalo, sono il sintomo di una patologia strutturale: un ordine globale in cui il potere non teme più nemmeno di essere scoperto, perché ha imparato a rendere la verità irrilevante.

Era un satanista al servizio dei sionisti