La chiamata del Signore
a lavorare nella sua vigna, cioè a far parte della Chiesa non da spettatori, ma da protagonisti, è per tutti. Tutti siamo stati battezzati in Cristo; tutti siamo figlî adottivi di Dio in Cristo; e da tutti Dio si aspetta “òpere di giustízia”. Ma c’è un ma! La nostra libertà, se si abítua a non riflèttere sulla parola di Dio, che è verità salvífica, può dire di no a Dio. Il no peggiore detto a Dio, tuttavia, non è quello che diventa sí, gràzie a quella riflessione che conduce alla conversione; è quello che parte da un sí di facciata che in realtà è già un no definitivo, autosufficiente, perché dice e non fa. Il Signore apprezza l’obbedienza vera.
Ci troviamo ancora una volta davanti a una paràbola di giudízio di Gesú su Israele, che a parole obbedisce alla Legge e ai Profeti, ma nei fatti sta rifiutando Gesú, che della Legge è il compimento e dei profeti è l’Annunciato. Nel secondo fíglio Gesú descrive sommi sacerdoti, farisei e scribi, che hanno visto e sentito san Giovanni il Battista, precursore di Gesú che richiamava alla conversione, ma non gli hanno creduto. ¿Chi ha creduto a Giovanni? I pubblicani e le prostitute: due categorie di persone, pubblicamente note come peccatori. I primi èrano i ladri autorizzati dal sistema, cioè dall’Impero Romano, l’invasore e il nemico che aveva conquistato ciò che non era suo. Le prostitute èrano donne impure che sappiamo come vivèvano. Ebbene in loro Gesú identífica quel fíglio piú bisognoso di misericòrdia pròprio perché dice un no púbblico alla volontà di Dio, e non ha vòglia di cambiare vita, ma è vinto da altre vòglie. Ci dice che la loro situazione è migliore di quella dei farisei, perché si convèrtono tardi, ma si convèrtono. Pròprio perché piú bisognosi della misericòrdia di Dio, sono i primi ad èssere raggiunti dal richiamo alla conversione, che arriva, sebbene è un pentimento imperfetto. ¿Da che cosa lo si capisce che il pentimento è imperfetto? Dal verbo greco che si usa in questo brano per dire “si pentí”: è il verbo del cambiamento per paura, non per amore. Sostanzialmente si sta dicendo: i pubblicani e le prostitute, ascoltando Giovanni il Battista, si sono pentiti per paura dell’Inferno, che non è il pentimento piú caro al Signore, visto che egli vuole èssere piú amato che temuto. Ma va bene cosí, se è servito a fare «córrere nella via degli insegnamenti del Signore». I farisei che dícono sí e poi non vanno nella vigna, non hanno né amore né timore di Dio, il che è piú colpévole ancora, perché chi ama, vuole compiacere l’amato; chi teme, eségue per timore. Questa malattia del fariseo sappiamo che è la mancanza di umiltà, la quale acceca e inganna con l’autogiustificazione. Per questo il Siràcide raccomanda: «Umíliati prima di cadere malato, e quando hai peccato, mostra il pentimento» (Sir 18, v.21). La paràbola dei due figlî chiamati nella vigna è però pure rimpròvero a chi si autogiustífica oggi e non ha piú un vero confronto con il Signore, pure essendo nominalmente cristiano; ed è rimpròvero a chi con i fatti contraddice il suo èssere del Signore. Infatti Gesú chiaramente accusa questo atteggiamento di falsa religiosità, quando esclama: «Non chi dice: “Signore, Signore!” entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio» (Mt 7, v.21).
Caríssimi, il problema della disubbidienza a Dio non è un problema di libertà, ma di mancata riflessione. Dio ci insegna sempre a riflèttere bene sulla nostra vita, ogni giorno, ogni Doménica, a tutte le ore, se il nostro cuore è in Lui. L’uomo che ha il cuore altrove riflette poco e male su chi sia davvero Dio e chi sia davvero l’uomo. Per questo pecca, per questo non si pente, per questo si crede buono senza Dio, per questo si autogiustífica alla presenza di Dio. Ma chi illúmina e ci rende buoni è il Signore. Chi ci giustífica è il Signore, non possiamo farlo noi da noi stessi. Da noi stessi siamo capaci solo di sbagliare, come fa il primo fíglio nel disubbidire inizialmente; e come fa il secondo fíglio nel prométtere senza mantenere. Occorre dunque èssere affezionati alla riflessione, non alla riflessione che mi porta a restare nella teoria, ma alla riflessione che muove la mia volontà a fare ciò che è giusto e gradito a Dio. La prima lettura ce lo diceva cosí: «Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà» (Ez 21, v.28). “Allontanarsi da qualcosa”, dopo avér capito che è sbagliato, è la conversione permanente che il Signore ci chiede, per non diventare pelagiani o relativisti. Chi sono i pelagiani? Il nome è antico, ma la malattia è sempre attiva. Sono quelle persone che si crédono buone senza la gràzia di Dio, che hanno la morale delle buone azioni ma non cércano Dio né i suoi sacramenti (Confessione e Comunione in particolare). Dícono sí al Signore, perché si fanno chiamare orgogliosamente “cristiani”, ma non fanno nulla per il Signore; non si allontànano dal male per il Signore. I relativisti sono quelli che dícono sí a tutto, e anche a Gesú; ma dire di sí a tutto, è dire di no a Cristo. Queste persone sono quelle che si sèntono piú buone di tutti, perché non rimpròverano nessuno, sono per tutte le religioni, per tutte le esperienze di rilassamento e di divertimento: fanno l’enneagramma e lo yoga, e Doménica vanno a messa; si spòsano solo al comune, e però fanno anche il catechismo; lèggono l’oròscopo, ma tèngono al collo il crocifisso; vívono nella chiesa cattòlica, e vòtano per partiti polítici che offèndono ogni legge di Dio; sono contenti di èssere visitati dal papa, e gli fanno gli applàusi quando parla, ma proséguono dritti per approvare leggi su aborto ed eutanasia. I relativisti sono come il presidente francese Macron, che ha introdotto con parole stupende il santo padre Leone XIV, a Parigi, nel discorso all’Eliseo. Ha detto: «È per noi un onore immenso e un privilègio profondo potér accògliere la vostra santità in questa solenne occasione…per un momento di comunione e riflessione»; ha citato l’Ecclesiaste, le memòrie cristiane dell’Europa; si è mostrato orgoglioso della stòria cristiana della Frància testimoniata da cattedrali, basíliche e chiese; e si è detto una ricercatore della pace su tutti i fronti; ma la verità, che sta nei fatti e non nelle parole, dice altro. Ebbene, il Signore ci chiama a riflèttere bene sulle sue parole e sulle nostre azioni. Se queste non sono generate da quelle, il ripròvero è lo stesso toccato ai farisei: «Dícono e non fanno» (Mt 23, v.3), per questo: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi pàssano avanti nel regno di Dio» (Mt 21, v.31).
PADRE GIUSEPPE AGNELLO*
XXVI Doménica del T.O. anno A,
27 Settembre 2026
Ez 18,25-28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32.
*L’autore aderisce ad una riforma ortografica della lingua italiana
