Non è possibile comprendere le scelte dello Stato di Israele se lo si osserva soltanto attraverso la lente della normalità politica europea, come se il suo orizzonte fosse quello di una democrazia stabilizzata dentro confini pacificati.
Israele non è mai stato davvero “post-bellico”: è rimasto sospeso in una condizione in cui la guerra non è un evento, ma una possibilità permanente che riaffiora ciclicamente, modificando ogni volta il significato stesso delle decisioni pubbliche. È da qui che nasce la logica del governo israeliano, una logica che non si fonda sull’ideale astratto della forza, ma sulla percezione concreta della vulnerabilità.
Le operazioni di controllo, i blocchi, gli abbordaggi delle imbarcazioni dirette verso Gaza vanno dunque interpretati non come gesti di ostilità indiscriminata, ma come atti di contenimento dentro uno spazio che Israele considera ancora attraversato da una minaccia attiva e non risolta. Anche quando queste azioni producono immagini dure, destinate a circolare globalmente come simboli di sopraffazione, nella percezione israeliana esse appartengono alla grammatica ordinaria della prevenzione, non a quella dell’eccesso. La distanza tra queste due letture è ormai diventata uno dei punti più profondi di frattura con l’opinione pubblica internazionale.
In questa cornice, la politica non appare mai come un campo neutro. Anche le figure più controverse del governo sono espressioni di una società che ha progressivamente interiorizzato l’idea che la sicurezza preceda ogni altra considerazione. Non si tratta di una adesione unanime né priva di conflitti, ma di una tensione costante tra anime diverse che, pur divise su tutto, si ritrovano unite nel momento in cui la percezione del pericolo torna a farsi concreta. La durezza, allora, non è soltanto scelta ideologica: è anche il risultato di una pressione storica che non si è mai realmente allentata.
La società israeliana è fatta di un insieme di mondi separati — laici, religiosi, nazionalisti, comunità arabe israeliane, diaspora — ma esiste un filo sotterraneo che li tiene insieme, ed è la memoria condivisa della fragilità. Ogni crisi riattiva questa memoria e riduce temporaneamente le distanze interne, trasformando il conflitto politico in una forma di coesione difensiva. È in questo movimento che anche le decisioni più discusse del governo trovano la loro giustificazione implicita.
All’esterno, però, queste stesse decisioni vengono spesso decodificate attraverso categorie morali assolute, che tendono a separare nettamente la legittimità dall’illegittimità, la forza dalla violenza. Le immagini che provengono dal conflitto vengono assunte come prova immediata di una trasformazione identitaria dello Stato, come se ogni gesto fosse la manifestazione di un progetto coerente di dominio. Per gran parte degli israeliani tali letture appaiono come una semplificazione che ignora il contesto operativo e la continuità della minaccia.
Anche le reazioni internazionali agli episodi legati alla flottila o alle manifestazioni di protesta vengono percepite in questa chiave. Ma dovremmo anche ricordare le immagini provenienti da un paese europeo fortemente pro Gaza, come la Spagna del socialista Sanchez, dove le forze dell’ordine sono intervenute all’aeroporto di Bilbao con modalità coercitive pesanti per disperdere cortei illegali organizzati al rientro degli attivisti. Nei Paesi Baschi, giustamente, la Polizia non ha avuto paura a usare i manganelli, quando è stato necessario. Perché Israele non dovrebbe farlo? Ogni Stato, quando percepisce una minaccia all’ordine o alla sicurezza, finisce inevitabilmente per ricorrere alla forza.
La Global Sumud Flotilla ha espresso la sua profonda indignazione e condanna a seguito della violenta aggressione da parte dell’Ertzaintza (polizia autonoma basca) contro i partecipanti alla flottiglia appena atterrati all’aeroporto di Bilbao, rilasciati da Tel Aviv e arrivati intorno alle 14 di ieri all’aeroporto di Bilbao. Lo scontro è avvenuto quando i sei membri della delegazione basca della Flotilla si erano fermati all’uscita degli arrivi per farsi fotografare dopo l’atterraggio dalla Turchia dove avevano fatto scalo da Israele. La polizia ha cercato di farli spostare, gli attivisti si sono opposti e alcune delle persone che li attendevano hanno cercato di avvicinarsi al gruppo. La polizia ha reagito con violenza attaccando gli attivisti e i loro sostenitori, trascinandoli e colpendoli con i manganelli. Le immagini stanno facendo il giro della Rete quando sono ancora fresche quelle delle violenze perpetrate dai militari israeliani e dallo stesso ministro della Sicurezza Nazionale Ben-Gvir e da lui diffuse.
“Questi attivisti baschi, reduci da giorni di rapimenti, torture e gravi violenze psicologiche e fisiche per mano delle Forze di occupazione israeliane (iOF) – si legge in una nota della Flottilla – non hanno trovato rifugio, ma un’immediata e mirata brutalità da parte della polizia una volta rientrati in patria. Quando un familiare, in trepidante attesa al terminal degli arrivi, ha tentato di attraversare una barriera per abbracciare i propri cari l’Ertzaintza ha reagito all’improvviso e in modo scioccante con la violenza. Quello che avrebbe dovuto essere un momento di sollievo e conforto familiare dopo un’esperienza così terribile è stato interrotto da una brutalità ancora maggiore”.
Il ministero degli Esteri israeliano in un post su X ha rilanciato chiedendo spiegazioni al governo spagnolo “riguardo al trattamento degli anarchici della Flottiglia”, postando video che mostrano gli scontri all’aeroporto di Bilbao, nel nord della Spagna, tra la polizia egli attivisti. Le immagini trasmesse dall’emittente pubblica Tve mostrano la polizia che colpisce le persone con i manganelli all’aeroporto e ne immobilizza altre a terra, tra le urla e il caos. Israele ha convocato ieri l’incaricata d’affari dell’ambasciata spagnola in Israele, Francisca Pedrós, per ”un incontro di chiarimento a seguito della pubblicazione di video e immagini che mostrano gravi atti di violenza perpetrati dalle autorità spagnole contro i partecipanti alla flottiglia della provocazione”.
Il direttore politico del ministero, Yossi Amrani- ha chiesto spiegazioni sul perché, ”a quasi 24 ore dai gravi atti di violenza commessi dalle autorità spagnole, il premier spagnolo Pedro Sánchez o alcuno dei suoi ministri non abbia ancora ritenuto opportuno condannare la violenza delle autorità spagnole, mentre sono sempre pronti a condannare Israele per qualsiasi pretesto”, nonché sul perché Madrid ”non abbia ancora intrapreso alcuna azione nei confronti dell’attivista della flottiglia e cittadino spagnolo Saif Abu Keshek, che ha legami con Hamas e contro il quale sono state imposte sanzioni statunitensi la scorsa settimana”.
Un ulteriore conferma di quanto scrivevano su: Israele si percepisce come uno Stato costantemente osservato attraverso una lente morale ingrandita, in cui ogni gesto assume un valore simbolico che supera la sua dimensione operativa. Questa iper-visibilità produce un effetto paradossale: ciò che per altri Stati rimane episodio, per Israele diventa segno, prova, indicatore di una presunta deriva.
Dentro questa tensione si colloca il cuore del discorso politico israeliano: la convinzione che la sopravvivenza non possa essere subordinata a una valutazione esterna della sua legittimità astratta. La sicurezza non viene presentata come un valore tra gli altri, ma come la condizione preliminare che rende possibile qualsiasi altro discorso. È questa gerarchia implicita che struttura le scelte del governo e che, allo stesso tempo, rende così difficile la loro traduzione nel linguaggio morale dominante a livello internazionale.
Se è vero che Israele non è un blocco compatto né un soggetto immune da contraddizioni, piuttosto è un organismo politico attraversato da tensioni profonde, è anche onesto ricordare che agisce sotto la pressione di una storia che non si è ancora chiusa. E le sue decisioni, anche quando appaiono opache o controverse dall’esterno, si inscrivono sempre in questa condizione di fondo: quella di uno Stato che continua a pensarsi non come una certezza, ma come una necessità.
GIUSEPPE CANISIO

Chiedo scusa per la mia ignoranza ma i contesti di Israele e di Spagna sono profondamente diversi. Da quello che leggo non è possibile nessun paragone. Per cui non mi pare abbia senso la domanda sul perché uno possa prestare i civili sequestrati in acque internazionali e l altro no all’ interno della propria giurisdizione.