Non bastano una carica ONU e una retorica indignata per farne una martire della verità. Francesca Albanese non è una coscienza scomoda: è una funzionaria che ha scelto di rinunciare alla sua neutralità per diventare megafono ideologico. E quando lo fa una relatrice speciale delle Nazioni Unite, il danno non è solo politico: è istituzionale, giuridico e morale.
Parliamoci chiaro: non si può servire la causa dei diritti umani piegando la verità. Non si può invocare il diritto internazionale mentre lo si trasforma in un’arma politica. Non si può denunciare crimini ignorandone altri, più evidenti, più documentati, più recenti. E soprattutto: non si può pretendere di parlare di genocidio cancellando il 7 ottobre.
Il rapporto redatto da Francesca Albanese, significativamente intitolato “From the Economy of Occupation to the Economy of Genocide”, è un atto d’accusa non contro una politica, non contro una condotta, ma contro l’essenza stessa dello Stato di Israele. Non analizza: accusa. Non documenta: narra. Non spiega: giustifica. È un documento in cui l’ideologia prende il posto del diritto, e la militanza dell’equilibrio.
Albanese non offre una lettura giuridica della realtà, ma una riscrittura della storia in chiave ideologica. Descrive la nascita dello Stato di Israele come “colonialismo razziale” e presenta l’intero progetto sionista come un’impresa predatoria. In questa narrazione tossica, non c’è posto per la Shoah, per i pogrom, per i milioni di ebrei fuggiti da persecuzioni in Europa e nei Paesi arabi. Non c’è posto per il diritto all’autodeterminazione di un popolo scampato all’annientamento.
La “Nakba” è presentata come un genocidio pianificato, senza riconoscere la guerra del 1948, scatenata dagli eserciti arabi per distruggere Israele fin dalla sua proclamazione. Un fatto storico elementare che il rapporto ignora deliberatamente.
L’omissione del massacro del 7 ottobre 2023 è un buco nero morale e giuridico. Non è una svista. È una scelta. Una scelta grave, che invalida l’intero impianto del documento. Come si può parlare di “genocidio” israeliano ignorando il più grave massacro di ebrei dai tempi della Shoah, compiuto da un gruppo terroristico che non nasconde il suo obiettivo di “spazzare via” Israele?
Albanese non menziona le vittime. Non nomina le bambine stuprate. Non ricorda i corpi bruciati, i neonati assassinati, gli ostaggi ancora in mano ad Hamas. L’umanità, in questo rapporto, è a senso unico.
L’intero documento è intriso di un linguaggio da assemblea studentesca radicale: “apartheid coloniale”, “economia del genocidio”, “razzismo sistemico”. Parole che servono a colpire l’emotività, non a chiarire la realtà giuridica. La relatrice speciale confonde il ruolo dell’accademica attivista con quello dell’osservatrice imparziale. Ma l’ONU non è un blog ideologico. O, almeno, non dovrebbe esserlo.
Il rapporto Albanese cita solo fonti ostili a Israele, molte delle quali legate a network militanti. Nessun confronto. Nessun contraddittorio. Nessun dato fornito da fonti indipendenti o israeliane. Nessuna considerazione sul ruolo criminale di Hamas, sull’oppressione dei palestinesi a Gaza da parte dei loro stessi leader, sulle gravi violazioni dei diritti umani commesse da chi si finge “resistenza”.
Il principio di neutralità metodologica, fondamentale per ogni rapporto giuridico, viene qui sistematicamente calpestato.
Il Diritto Internazionale Umanitario viene evocato solo per accusare una parte. Le Convenzioni di Ginevra? Applicate solo a Israele. Il principio di proporzionalità? Usato come clava ideologica. Il diritto di difendere i propri cittadini? Ignorato. Lo statuto di Hamas come organizzazione terroristica? Scomparso. Il dovere di proteggere i civili usati come scudi umani? Taciuto.
Un’intera architettura giuridica viene selettivamente utilizzata, svuotata del suo equilibrio, per costruire un atto d’accusa privo di fondamento tecnico.
L’accusa più grave — quella di genocidio — è anche la più infondata. L’intento doloso richiesto dalla Convenzione del 1948 è assente, non dimostrato, non argomentato. Le prove? Frasi isolate, decontestualizzate, talvolta nemmeno verificate, attribuite a esponenti politici israeliani. È la giustizia dello slogan, non del diritto.
Così facendo, Albanese banalizza il significato stesso del genocidio. Ne fa una categoria politica, non giuridica. E in questo modo offende la memoria di tutte le vere vittime di genocidio, incluso quello ebraico.
Un documento del genere, con un titolo così incendiario, presentato con il timbro delle Nazioni Unite, ha un effetto preciso: alimenta l’antisemitismo globale, legittima la violenza contro gli ebrei nel mondo, trasforma l’odio in verità istituzionale. È già accaduto. Manifestazioni che gridano “Palestina libera dal fiume al mare” trovano legittimità in rapporti come questo. Bambini ebrei minacciati nelle scuole d’Europa, sinagoghe vandalizzate, persone aggredite: è anche questa la ricaduta politica del lavoro della relatrice speciale.
Francesca Albanese ha tradito il suo mandato. Ha trasformato la funzione di relatrice in pulpito ideologico. Ha piegato il diritto all’ideologia. Ha ignorato il dolore di milioni di persone in nome di una narrazione univoca. E con questo ha danneggiato l’intera architettura delle Nazioni Unite.
Le Nazioni Unite non possono più ignorare questa deriva. Non è una questione politica: è una questione di legittimità morale. Difendere i diritti umani significa difendere tutti gli esseri umani, anche quando è scomodo. Significa riconoscere il diritto dei palestinesi a vivere liberi dalla guerra, e quello degli israeliani a vivere liberi dal terrore.
Francesca Albanese non ha fatto né l’uno né l’altro. Ha scelto da che parte stare, e non è quella della giustizia.

La vostra è una lettura parziale del pensiero dell’Albanese, la quale, invece, ha messo in evidenza le atrocità perpetrate quotidianamente nei confronti della popolazione palestinese di Gaza. Certamente i fatti storici avvenuti il 7 ottobre sono da condannare come anche la Shoah ma questo non giustifica assolutamente la carneficina posta in essere dall’esercito israeliano. Le vostre argomentazioni giustificherebbero quello che sta avvenendo e che non ha eguali nella Storia.
Ma chi è che ha scritto questa porcata almeno si firmasse. Il problema è fin dalla fondazione di Israele c’è un progetto di colonialismo di insediamento, come denunciano molti studiosi, anche ebrei (tra questi Ilan Pappé, Gabor Maté, e altri).
Ora, per chi non sapesse che cosa è il colonialismo di insediamento https://www.bdsitalia.org/index.php/la-campagna-bds/campagna-bds/2841-intro-colonialismo-e-apartheid-in-israele
Chiedere la “neutralità” quando c’è un genocidio (riconosciuto come tale più volte dalla ICJ) è voler essere neutrali durante un omicidio. Tutte le persone che hanno un minimo di coscienza umana, prima fermano l’omicidio in corso, poi valutano ragioni e torti.
Ma prima per l’amor di Dio, fermiamo il genocidio e i crimini di guerra.
Se no siamo come i nazisti.