Il 18 febbraio 1925 Giovanni Treccani diede vita a un’impresa che non fu soltanto editoriale ma autenticamente civile, perché fondare l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana significava, in un’Italia ancora giovane come Stato unitario e segnata da profonde fratture culturali e sociali, affermare che il sapere sistematico, ordinato, rigoroso e verificabile doveva diventare patrimonio comune, non privilegio di pochi, e che la conoscenza poteva essere una forma alta di responsabilità nazionale.
L’uscita della Enciclopedia Italiana tra il 1929 e il 1937, con i suoi trentacinque volumi più l’indice, non rappresentò soltanto una straordinaria impresa tipografica e scientifica, ma costituì un atto di fiducia nella possibilità di raccogliere l’intero sapere umano in una forma che fosse insieme accessibile e autorevole, frutto del lavoro collettivo dei maggiori studiosi del tempo, non piegato all’improvvisazione né alla propaganda, ma guidato da un’idea quasi classica di cultura come servizio alla verità, alla precisione, alla memoria.
Treccani, imprenditore illuminato e non semplice mecenate, comprese che l’enciclopedia non doveva essere uno strumento ideologico né una vetrina di potere, ma una casa del sapere in cui il valore di una voce non dipendesse dall’utilità politica o dall’adesione a un clima culturale dominante, bensì dalla solidità delle fonti, dalla chiarezza dell’esposizione e dall’onestà intellettuale di chi scriveva.
In questo senso la prima grande enciclopedia biografica italiana non fu solo un repertorio di nomi, ma una mappa morale della nazione, una galleria di figure selezionate non per appartenenza ma per merito, capace di restituire la complessità della storia senza ridurla a slogan o narrazioni semplificate.
Oggi, a un secolo di distanza, la Treccani continua a essere un punto di riferimento imprescindibile per studenti, ricercatori e lettori comuni, ma la sua vera sfida non è tecnologica, non riguarda soltanto il passaggio dal volume cartaceo alla piattaforma digitale, bensì la capacità di resistere alla pressione delle ideologie contemporanee, che tendono a trasformare ogni sapere in campo di battaglia, ogni definizione in manifesto, ogni voce in occasione di militanza.
L’autorevolezza della Treccani non risiede nel suo prestigio storico, ma nella sua fedeltà a un metodo, nel rifiuto di piegare il linguaggio alle mode, nel coraggio di mantenere un lessico sobrio, descrittivo, fondato sui fatti e non sulle sensibilità del momento, perché un’enciclopedia che si adatta troppo rapidamente allo spirito del tempo smette di essere strumento di conoscenza e diventa documento effimero, destinato a invecchiare insieme alle ideologie che ha cercato di assecondare.
Ricordare Giovanni Treccani oggi significa dunque ricordare l’idea che il sapere non debba essere rassicurante ma vero, non debba compiacere ma chiarire, non debba confermare le opinioni correnti ma offrire criteri per giudicarle, e che solo mantenendo questa distanza critica, questa disciplina interiore, questa fedeltà al principio di realtà, la Treccani potrà continuare a essere ciò che è stata fin dall’inizio: non uno specchio deformante del presente, ma una memoria affidabile del passato e una bussola intellettuale per il futuro.
