Il 5 gennaio 1984 l’Italia perde una delle sue coscienze più lucide e scomode: Giuseppe Fava, scrittore, drammaturgo, giornalista, intellettuale militante, viene assassinato a Catania da Cosa nostra, non per errore, non per fatalità, ma per precisa decisione, perché le sue parole facevano paura più delle armi, perché la sua scrittura rompeva il patto di omertà che tiene insieme il potere criminale e quello rispettabile, perché aveva osato dire che la mafia non è un corpo estraneo ma una struttura integrata nella vita economica, politica e culturale della Sicilia e dell’Italia intera.
Fava viene ucciso davanti al Teatro Stabile, luogo simbolico di cultura, quasi a ribadire che la mafia teme soprattutto chi pensa, chi racconta, chi nomina i responsabili, chi smaschera i “cavalieri” del lavoro che prosperano all’ombra della violenza e della corruzione, chi rifiuta la comoda distinzione tra criminali rozzi e classi dirigenti innocenti.
La sua morte non è soltanto un delitto mafioso, è una sconfitta collettiva, il segno di uno Stato che non ha saputo o voluto proteggere uno dei suoi cittadini più coraggiosi, ed è anche uno specchio impietoso della solitudine in cui spesso vengono lasciati coloro che scelgono la verità invece della carriera, la coerenza invece del silenzio, la responsabilità civile invece del quieto vivere.
Fava sapeva di rischiare, eppure continuava, con “I Siciliani”, con i suoi articoli, con i suoi libri, a inchiodare i potenti alle loro responsabilità, a spiegare che la mafia è prima di tutto un sistema di potere, un’alleanza tra violenza, denaro e consenso sociale, e che combatterla significa cambiare profondamente la cultura politica di un Paese.
La sua uccisione è un messaggio di terrore ma anche una prova di verità: se lo hanno eliminato, è perché aveva ragione, perché stava colpendo nel segno, perché stava incrinando quell’equilibrio criminale fondato sull’indifferenza e sulla paura.
Ricordare Giuseppe Fava oggi non può ridursi a una commemorazione rituale, perché il modo migliore per onorarne la memoria è continuare a leggere e a praticare il suo insegnamento, che è scomodo, esigente, radicale: non esistono mafie senza complicità, non esiste legalità senza giustizia sociale, non esiste informazione libera senza coraggio. Il 5 gennaio 1984 non è solo una data di lutto, è una domanda che ci viene rivolta ancora oggi: da che parte stiamo, e quanto siamo disposti a pagare per non tacere.
