Il 16 gennaio 1994, con lo scioglimento delle Camere deciso dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, si chiuse formalmente una stagione della storia italiana che, nel racconto pubblico successivo, è stata spesso ridotta a una caricatura morale, a un lungo elenco di vizi, corruzioni e immobilismi, come se la Prima Repubblica fosse stata soltanto un errore da cancellare e non invece un’epoca complessa, contraddittoria ma anche straordinariamente feconda.
Eppure, al di là delle innegabili degenerazioni che ne segnarono la fase finale, la Prima Repubblica aveva molti aspetti positivi che oggi appaiono quasi irriconoscibili, se non addirittura rimpianti. Fu innanzitutto la Repubblica della Costituzione vissuta come architrave reale della vita politica, non come semplice retorica: una Costituzione che trovava applicazione concreta nell’equilibrio tra i poteri, nel ruolo centrale del Parlamento, nella funzione di mediazione dei partiti, capaci di rappresentare interessi sociali profondi e articolati.
Era una democrazia imperfetta, certo, ma sostanziale, fondata su una partecipazione politica diffusa, su sezioni di partito, sindacati, associazioni, corpi intermedi che davano voce a milioni di cittadini e impedivano che la politica si riducesse a un rapporto diretto e plebiscitario tra leader e massa.
La Prima Repubblica fu anche il tempo di una classe dirigente che, pur con tutti i suoi limiti, possedeva una formazione culturale solida, una conoscenza dello Stato, delle istituzioni, della macchina amministrativa, e una consapevolezza storica che derivava spesso dall’esperienza diretta della guerra, della Resistenza, della ricostruzione.
Fu sotto quei governi che l’Italia conobbe il miracolo economico, divenne una grande potenza industriale, costruì un welfare esteso, dalla scuola pubblica alla sanità universale, dalle pensioni allo statuto dei lavoratori, riducendo in modo significativo le disuguaglianze e garantendo mobilità sociale a intere generazioni.
Fu una Repubblica che seppe tenere insieme sviluppo economico e coesione sociale, che investì nella cultura, nella ricerca, nelle infrastrutture, che diede centralità alla scuola come ascensore sociale e non come semplice servizio da razionalizzare. Anche sul piano internazionale, la Prima Repubblica seppe esercitare un ruolo di equilibrio e mediazione, fedele all’ancoraggio occidentale ma capace di dialogo, di autonomia diplomatica, di attenzione al Mediterraneo, al mondo arabo, all’Europa in costruzione.
E soprattutto fu una Repubblica che conosceva il valore del compromesso, non come resa morale, ma come arte alta della politica, come strumento per tenere insieme un Paese diviso ideologicamente, socialmente e territorialmente, evitando lacerazioni irreversibili. La sua fine, salutata da molti come una liberazione, ha lasciato in eredità un vuoto che non è stato colmato: la crisi dei partiti, la personalizzazione estrema del potere, la fragilità delle istituzioni parlamentari, la riduzione della politica a comunicazione e marketing.
Ricordare oggi i lati positivi della Prima Repubblica non significa assolverne i peccati né negarne il declino, ma riconoscere che essa fu anche un laboratorio di democrazia avanzata, un tempo in cui lo Stato aveva un progetto, la politica aveva un linguaggio alto e la cittadinanza si sentiva parte di una storia comune, e che forse, nel giudicarla solo come un passato da archiviare, abbiamo smarrito qualcosa di essenziale che ancora fatichiamo a ritrovare.

Dovevano sono adesso in De Gasperi, i Nenni, i Moro, i Saragat, i Berlinguer, gli Almirante? Altro che le mezze merde di adesso…