Nel 1972, la stessa data di oggi, cioè 16 agosto, un Boeing 707 della compagnia israeliana El Al, in servizio sul volo LY 444 da Roma a Tel Aviv, fu costretto a rientrare d’urgenza a Fiumicino dopo che un ordigno esplosivo, nascosto all’interno di un mangiadischi, era deflagrato nel vano bagagli causando danni alla fusoliera e ferendo alcuni passeggeri.
Il regalo, apparentemente innocuo, era stato consegnato a due giovani ragazze inglesi da due terroristi palestinesi che avevano celato all’interno dell’apparecchio l’esplosivo destinato a provocare la distruzione dell’aereo in volo.
L’episodio, oggi pressoché dimenticato, si colloca in un periodo in cui il terrorismo palestinese, in particolare negli anni Settanta e Ottanta, intensificò la propria azione in Europa e nel mondo, colpendo obiettivi civili e simbolici per attirare l’attenzione internazionale sulla causa palestinese e per danneggiare Israele e i suoi alleati.
L’Italia fu più volte teatro di attentati di matrice palestinese. Già nel 1968 il volo El Al 426, partito da Londra e diretto a Tel Aviv con scalo a Roma, fu dirottato verso Algeri da militanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.
Cinque anni dopo, nel 1973, un commando di Fatah attaccò l’aeroporto di Fiumicino incendiando un aereo Pan Am e uccidendo 34 persone, mentre altri terroristi dirottarono un volo Lufthansa e occuparono il terminal.
In quegli stessi anni fu sventato un attentato pianificato a Ostia, dove un lanciamissili era stato predisposto per abbattere un velivolo El Al: i responsabili, catturati, vennero rilasciati poco dopo, in quello che la storia ha rivelato come un episodio legato al cosiddetto “lodo Moro”, un accordo segreto che, secondo testimonianze e documenti successivi, garantiva ai gruppi palestinesi la possibilità di transitare e operare logisticamente in Italia in cambio della promessa di non colpire obiettivi italiani, promessa che però non tutelava gli obiettivi ebraici sul nostro territorio.
Gli anni Ottanta segnarono un’ulteriore escalation. Il 9 ottobre 1982 un commando dell’organizzazione Abu Nidal attaccò la Grande Sinagoga di Roma all’uscita della funzione del sabato: furono lanciate granate e sparati colpi d’arma da fuoco contro i fedeli, provocando la morte del piccolo Stefano Gaj Taché, di appena due anni, e il ferimento di trentasette persone.
Tre anni dopo, nel 1985, l’Italia e l’Europa furono scosse da attentati simultanei agli aeroporti di Roma-Fiumicino e Vienna, sempre ad opera di uomini di Abu Nidal: a Roma rimasero uccise tredici persone e settantasei furono ferite; a Vienna si contarono tre morti e quarantaquattro feriti.
Sempre nel 1985, la nave da crociera italiana Achille Lauro fu dirottata da un gruppo palestinese, che uccise il passeggero ebreo-americano Leon Klinghoffer, un uomo disabile in carrozzina, in un episodio che provocò una crisi diplomatica senza precedenti con gli Stati Uniti, culminata nella notte di Sigonella. Ma il terrorismo palestinese non colpì solo l’Italia: nel 1972, all’aeroporto di Lod in Israele, vennero uccise ventisei persone, e nello stesso anno il mondo fu sconvolto dal massacro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco; nel 1976 un volo Air France fu dirottato fino a Entebbe, in Uganda, e negli anni Novanta Buenos Aires fu teatro di due gravissimi attentati, contro l’ambasciata israeliana nel 1992 e contro il centro comunitario ebraico AMIA nel 1994.
Nonostante l’impatto di questi eventi, la memoria collettiva italiana appare selettiva: molti di questi attentati, pur avendo provocato morti e feriti e segnato pagine dolorose della nostra storia recente, sono oggi pressoché scomparsi dal dibattito pubblico e dalla coscienza nazionale.
Figure istituzionali come Francesco Cossiga hanno confermato l’esistenza di accordi sotterranei con gruppi palestinesi, scelte politiche che avrebbero avuto lo scopo di preservare la sicurezza generale ma che di fatto lasciarono vulnerabili comunità e cittadini innocenti.
Il risultato è stato un oblio che ha cancellato il ricordo di vittime, episodi e responsabilità. Ripercorrere la vicenda del volo LY 444 e, più in generale, la lunga sequenza di attentati palestinesi in Italia e in Occidente, significa rompere questo silenzio e restituire voce a una memoria che rischia di andare perduta.
È un dovere verso chi è morto, verso chi ha sofferto, e verso le generazioni future che hanno diritto a conoscere senza filtri o omissioni una pagina di storia complessa, segnata da diplomazie parallele, compromessi controversi e da un prezzo umano che non può essere sepolto sotto la coltre dell’oblio.
Solo così, affrontando con onestà il passato, si potrà pretendere dal presente e dal futuro maggiore trasparenza, responsabilità e rispetto per la verità storica.
