Due Doméniche fa abbiamo visto che la gràzia è offerta a tutti ed è il prèmio di tutti (Mt 20, 1-16). Doménica scorsa abbiamo visto che la chiamata del Signore incontra svogliatezza e rifiuto iniziale o finta adesione, ma il pentimento può riportare la volontà nostra nella volontà di Dio (Mt 21, 28-32). Questa Doménica, la stòria della vigna si fa modello di ogni stòria umana, oltre che della stòria di Israele. Dio manda sempre le sue voci e la sua Parola definitiva, il Fíglio, a risvegliare le nostre coscienze. Ma chi scarta Dio perde sé stesso, insieme alla vigna. Infatti si è vignaioli perché c’è una vigna; e si ricévono vísite e persone qualificate nella vigna, perché il Padrone ne sa piú dei vignaioli, ed è Colui a cui si deve tutto nella vigna. La prima lettura, tratta da sant’Isaia, ce lo diceva: «Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, àcini acerbi» (Is 5, v.2). L’elezione di un pòpolo, ma anche di una persona, ad èssere di Dio, non dovrebbe conóscere fallimento alcuno, perché il Padrone della vigna, che non è un uomo ma Dio, ha posto tutte le condizioni perché si produca l’uva: se però al posto dell’uva vèngono fuori gli àcini acerbi, la colpa non può ricadere su chi aveva dato tutto, ma su chi non ha collaborato con Dio e non ha corrisposto alla gràzia. Di fronte a questa mancanza di frutto, Dio non si adira, ma è profondamente deluso. L’amore è tradito e le conseguenze sono gli effetti di questo tradimento, non una scelta del tradito, benché leggiamo: «Ora vòglio farvi conóscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pàscolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la piòggia» (Is 5, 5-6). Per la stòria di Israele, questo brano è il rimpròvero che tocca a chi non ha accettato le potature del Signore, cioè le correzioni. Il Vangelo riprende questa immàgine nella Paràbola dei vignaioli omicidî, laddove parla della vigna data in affitto a dei contadini e di come questi trattàrono al tempo del raccolto gli inviati del Padrone: «Quando arrivò il tempo di raccógliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini prèsero i servi e uno lo bastonàrono, un altro lo uccísero, un altro lo lapidàrono. Mandò di nuovo altri servi, piú numerosi dei primi, ma li trattàrono allo stesso modo» (Mt 21, 34-36). Infine manda il Fíglio e la sua fine sarà peggiore di quella dei servi: l’uccisione in Croce. Gesú fa come il profeta Natan con il re Dàvide: per isvegliare la coscienza del re non lo accusa direttamente: tu hai ucciso Urria l’Ittita e ne hai sposato la móglie che avevi già messo incinta; ma gli racconta un apòlogo che serva a capire ciò che è giusto o lo sarebbe stato. Lo stesso fa questa paràbola che Gesú espone nel Tèmpio di Gerusalemme il martedí della Settimana Santa. Egli si prepara già ad èssere Pietra scartata dai costruttori, ma anche a ribaltare ogni apparenza di sconfitta. Parla agli Ebrei che hanno bastonato, lapidato od ucciso la legge naturale, primo richiamo di Dio; e poi i profeti, secondo richiamo di Dio; e infine il Fíglio stesso, l’Erede, último richiamo di Dio. Afferma che i frutti d’ora in poi li produrrà un altro pòpolo, un Nuovo Israele: la Chiesa.
Potremmo tirare un sospiro di sollievo, pensando che la paràbola riguardi altri e non noi, ma non è cosí. Anche i nuovi vignaioli pòssono pèrdere il contatto con la realtà, cioè con Cristo stesso, e volere l’eredità senza l’Erede. La vigna resterà loro perché non si attende piú il compimento di nessuna figura dell’Antico Testamento; ma si attende adesso la seconda venuta del Signore, che comunque cerca sempre l’uva al tempo del raccolto. Nella sua prima venuta quest’uva era il diventare cristiani, per passare dalla Legge alla Gràzia. Ora l’uva è il restare cristiani o il vívere da cristiani, accettando le voci degli inviati di Cristo stesso: «Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me. E chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato» (Lc 10, v.16).
Tutti dunque siamo responsàbili di ciò che accettiamo e di ciò che rifiutiamo, ma molto piú lo siamo se scartiamo il Padrone della Vigna che ci parla da innamorato e ha la pazienza di Dio. Questo Padrone ci manda il Fíglio, che è lo Sposo della Vigna, perché ne abbiamo rispetto: «Da último mandò loro il pròprio fíglio dicendo: “Avranno rispetto per mio fíglio!”» (Mt 21, v.37). Ma pròprio noi cristiani, intimamente uniti a lui col battésimo, non lo rispettiamo. Vi fàccio un solo esèmpio, che è la perversione dell’immàgine d’amore con cui si apriva il brano di Isaia: «Vòglio cantare per il mio diletto il mio càntico d’amore per la sua vigna» (Is 5, v.1). Il cristiano traditore e lapidatore di Cristo, oggi non ha «càntici d’amore» secondo questo modello, ma secondo il modello del mondo. La convivenza di còppie eterosessuali od omosessuali, infatti, è diventata una prassi a cui molti si sono abituati. Chiunque provi a farli ragionare sul fatto che dèvono èssere uva gustosa e non uva acerba, uòmini virtuosi e non viziosi, fa la stessa fine di quei servi della paràbola: bastonati, uccisi e lapidati, magari non con bastonate letterali, pietre vere e morti físiche, ma sicuramente con i giudizî ingiusti, le parole di condanna e le calúnnie mortífere per mezzo dei social. Oppure semplicemente ignorando il richiamo. San Pàolo, dunque, per rispettare Cristo raccomandava: «quello che è vero, quello che è nòbile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amàbile, quello che è onorato, ciò che è virtú e ciò che mèrita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4, v.8); ma chi non vuole corrispòndere alla gràzia risponde: «Il mio diritto alla felicità e la mia libertà di costruírmela sono veramente giusti e amàbili». Che cosa è rimasto? Un’eredità senza l’Erede, una felicità ignòbile e un diritto impuro. Niente virtú e nessún comportamento lodévole, perché al fondo di una frase cosí c’è la stessa insana vòglia dei vignaioli omicidî: «Costui è l’erede. Sú, uccidiàmolo e avremo noi la sua eredità!» (Mt 21, v.38). Torniamo a rispettare Gesú nella nostra vita o faremo la fine dei malvagî (Cfr Mt 21, 40-41).
XXVII Doménica del T.O. anno A, 4 Ottobre 2026
Is 5,1-7; Sa79; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43
PADRE GIUSEPPE AGNELLO*
*L’AUTORE ADERISCE AD UNA RIFORMA ORTOGRAFICA DELLA LINGUA ITALIANA
