Sabato 28 febbraio 2026 è avvenuto un evento militare di portata storica con profondissime implicazioni per il Medio Oriente e per l’ordine globale: gli Stati Uniti e lo Stato di Israele hanno lanciato un attacco militare congiunto contro la Repubblica Islamica dell’Iran.
L’offensiva è stata annunciata come un’operazione “preventiva” e comprende bombardamenti su obiettivi militari e siti sensibili in diverse città iraniane, con esplosioni segnalate a Teheran, Qom, Isfahan e altri centri strategici del Paese.
La campagna militare ha coinvolto bombardieri, missili e lanci da piattaforme statunitensi e israeliane, con l’obiettivo dichiarato di neutralizzare la capacità missilistica iraniana, colpire vertici chiave e indebolire il programma nucleare di Teheran.
Il governo israeliano ha dichiarato lo stato di emergenza e ha parlato di “circa 500 obiettivi colpiti”, mentre i leader statunitensi hanno difeso l’azione come necessaria per la sicurezza nazionale.
Le prime conseguenze sono già tragiche: si segnalano centinaia di morti e feriti in Iran, incluse vittime civili, come il bombardamento di una scuola elementare nel sud del Paese che ha causato decine di morti tra bambini e studenti.
I rapporti parlano inoltre di una situazione di quasi blackout totale di internet all’interno dell’Iran, con limitazioni dei servizi di comunicazione, mentre le autorità nazionali cercano di mantenere il controllo dell’informazione.
La leadership del regime iraniano è ora in grave difficoltà. Dopo la morte del Supremo Leader Ali Khamenei, il vuoto di potere che si è creato non si sa ancora come sarà riempito.
In ogni caso, la reazione di Teheran è stata immediata: le Forze Armate iraniane hanno lanciato missili e droni contro Israele e basi statunitensi nella regione del Golfo Persico, in paesi come Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e altri.
È difficile stimare l’impatto di questi eventi: non si tratta più di una serie di attacchi mirati o di guerre per procura, bensì di uno scontro aperto su vasta scala tra attori statali con arsenali moderni. Questo episodio rientra in un’escalation di decenni che ha visto scontri indiretti, cyberattacchi, sabotaggi e guerre per procura ma che oggi, per la prima volta, ha portato a uno scontro diretto tra potenze nucleari regionali e Stati Uniti/alleati.
Le conseguenze di questa escalation sono molteplici e profonde. Innanzitutto, a livello regionale si profila una destabilizzazione immediata e duratura del Medio Oriente: lo Stretto di Hormuz è stato segnalato come chiuso e insicuro, interrompendo una delle arterie più importanti per il commercio globale di petrolio e gas.
I paesi confinanti e molti alleati occidentali temono una ondata di violenze e una reazione iraniana di lunga durata, potenzialmente estesa anche tramite gruppi proxy come Hezbollah in Libano o milizie filo-iraniane in Iraq e Siria.
Gli impatti globali si eserciteranno anche sul piano economico: i mercati finanziari e delle materie prime sono già segnati da forti oscillazioni, con preoccupazioni diffuse per un’impennata dei prezzi dell’energia e turbolenze nei mercati azionari di tutto il mondo.
A livello politico, la comunità internazionale è profondamente divisa: paesi come Russia e altri stati non allineati hanno condannato l’azione statunitense e israeliana come un’aggressione illegittima, mentre molte capitali occidentali e alleati del Golfo sono esitanti o spingono per la calma e la diplomazia.
La Russia stessa ha espresso timori su una “catastrofe umanitaria ed economica” e si è offerta come mediatore, in un possibile ritorno a ruoli di grande potenza nella regione.
Sul fronte interno iraniano, un attacco di questa portata potrebbe accelerare crisi politiche e sociali preesistenti.
Negli anni recenti vi sono state proteste di massa contro il regime per motivi economici e di diritti civili; la guerra e la perdita di leadership potrebbero scatenare fratture interne, colpi di mano dell’apparato militare (come i Guardiani della Rivoluzione), o addirittura tentativi di sollevazioni popolari. Tuttavia, un cambio di regime spontaneo resta incerto e dipendente da dinamiche interne molto complesse.
Questa crisi solleva interrogativi profondi sul futuro dell’asse iraniano nel Medio Oriente. Per decenni, l’Iran ha sostenuto fazioni e governi alleati come Hezbollah, Hamas, e varie milizie sciite in Iraq e Siria, diventando un pilastro di una “mezzaluna sciita” e di un contrappeso all’influenza occidentale e saudita nella regione.
Con le attuali operazioni militari, sebbene gli obiettivi dichiarati siano la neutralizzazione delle capacità offensive di Teheran, è improbabile che questa architettura di alleanze si dissolva rapidamente. Probabilmente invece, in un Medio Oriente frammentato e sotto enorme stress, si rafforzeranno scenari di guerre per procura, rivalità regionali e tensioni settarie.
In sostanza, piuttosto che segnare una “fine immediata” dell’asse iraniano o della Repubblica Islamica, l’attacco del 28 febbraio potrebbe essere l’inizio di una fase ancora più pericolosa di conflitto protratto, instabilità regionale e competizione internazionale, con l’Iran che potrebbe resistere come entità statale pur profondamente trasformato, oppure entrare in una fase di declino interno prolungato.
La storia degli ultimi anni mostra che gli equilibri di potere nel Medio Oriente raramente si risolvono con un singolo evento militare, ma piuttosto con lunghi periodi di conflitto, negoziazione e rivalità estenuanti.
Foto di Pavellllllll da Pixabay

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