Il 23 marzo 2019 segna una data che, almeno simbolicamente, chiude uno dei capitoli più drammatici del Medio Oriente contemporaneo. In quel giorno, le Forze Democratiche Siriane (SDF), una coalizione a guida curda sostenuta dagli Stati Uniti, annunciarono la conquista di Baghuz, l’ultimo lembo di territorio controllato dall’ISIS lungo l’Eufrate. Con quella vittoria si concludeva la parabola territoriale del cosiddetto “califfato”, proclamato nel 2014 e arrivato a controllare milioni di persone tra Siria e Iraq.
La battaglia finale fu lunga, logorante, e segnata da una violenza estrema. Baghuz non era più una città, ma un ammasso di tende distrutte, trincee e rottami, dove migliaia di combattenti jihadisti, insieme alle loro famiglie, resistettero fino all’ultimo. Le forze curde e i loro alleati dovettero affrontare non solo un nemico militarmente disperato, ma anche una crisi umanitaria enorme: decine di migliaia di civili intrappolati, campi profughi sovraffollati, bambini morti per fame e stenti durante la fuga.
Quando la bandiera gialla delle SDF venne issata su ciò che restava di Baghuz, il mondo parlò di vittoria. Ma già allora era chiaro che si trattava di una vittoria incompleta. L’ISIS, privato del territorio, non era stato distrutto nella sua capacità di rigenerarsi come rete clandestina e ideologica. Molti leader e combattenti erano fuggiti, altri si sarebbero riorganizzati in cellule dormienti. Gli stessi comandanti curdi lo sottolinearono subito: il “califfato” era caduto, ma la minaccia restava.
In quella vittoria, il ruolo dei curdi fu centrale e, per molti aspetti, decisivo. Le unità curde, in particolare quelle legate alle YPG, costituirono il nucleo delle SDF e pagarono un prezzo altissimo in termini di vite umane. Migliaia di combattenti morirono in anni di guerra, combattendo casa per casa, villaggio per villaggio, contro uno dei nemici più brutali del XXI secolo. Eppure, nonostante questo sacrificio, il loro destino politico non fu mai realmente garantito.
Già pochi mesi dopo la vittoria, le ambiguità geopolitiche emersero con forza. Gli Stati Uniti, alleati indispensabili nella guerra contro l’ISIS, mostrarono tutta la fragilità del loro impegno nella regione. Le pressioni della Turchia, che considera le milizie curde una minaccia, portarono a un progressivo disimpegno americano e aprirono la strada a nuove offensive contro i territori curdi nel nord della Siria. I curdi, ancora una volta nella storia, si ritrovarono utili in guerra ma scomodi in pace.
Oggi, a distanza di anni, la condizione dei curdi resta sospesa in un equilibrio instabile. Nel nord-est della Siria amministrano un’entità autonoma de facto, ma priva di riconoscimento internazionale e costantemente sotto pressione: dalla Turchia, dal governo siriano, dalle milizie filo-iraniane e dalla persistente minaccia jihadista. Nei campi come al-Hol, migliaia di ex affiliati all’ISIS e le loro famiglie rappresentano una bomba a orologeria, sia umanitaria che securitaria.
In questo contesto si inserisce il loro atteggiamento nella più ampia tensione tra Iran, Israele e Stati Uniti, che negli ultimi anni ha trasformato il Medio Oriente in uno spazio di confronto sempre più diretto. I curdi, pur trovandosi geograficamente e strategicamente in una posizione cruciale, hanno adottato una postura sostanzialmente attendista. Non per indecisione, ma per necessità.
Non hanno la forza né l’interesse di entrare in uno scontro tra grandi potenze regionali e globali. Schierarsi apertamente significherebbe esporsi a ritorsioni devastanti: da parte dell’Iran, che ha influenza in Siria e Iraq; da parte della Turchia, pronta a intervenire militarmente; o da parte dello stesso governo siriano. Al tempo stesso, un allineamento totale con gli Stati Uniti o con Israele li renderebbe ancora più vulnerabili sul piano regionale.
Per questo i curdi oggi cercano soprattutto di preservare ciò che hanno conquistato: un’autonomia fragile, costruita nel vuoto lasciato dalla guerra. Mantengono rapporti pragmatici con Washington, dialoghi intermittenti con Damasco e una costante vigilanza nei confronti delle mosse iraniane e turche. È una strategia di sopravvivenza più che di ambizione.
La loro posizione è quella di un attore indispensabile ma non riconosciuto, armato ma non sovrano, vittorioso ma non premiato. Nel 2019 hanno contribuito in modo decisivo a sconfiggere territorialmente l’ISIS, ma quella vittoria non ha portato alla nascita di uno Stato curdo né a una stabilizzazione duratura della regione.
Così, mentre le grandi potenze si confrontano in una nuova fase di tensione che coinvolge Iran, Israele e Stati Uniti, i curdi restano in attesa, consapevoli che ogni mossa può essere fatale. La loro storia recente insegna prudenza: combattere quando necessario, ma evitare di diventare ancora una volta pedine sacrificabili in un gioco più grande.
GIUSEPPE CANISIO
Foto di Sabrina Belle da Pixabay, generata con l’IA
