Il 14 gennaio 1976, con l’uscita del primo numero di la Repubblica sotto la direzione di Eugenio Scalfari, si apre una stagione nuova del giornalismo italiano, che non può essere compresa se non come un progetto culturale e ideologico prima ancora che editoriale, poiché quel quotidiano nasce esplicitamente come strumento di formazione dell’opinione pubblica secondo una visione del mondo ben definita, laica, progressista, radicalmente segnata dall’illuminismo secolarizzato e da una concezione militante della stampa, e proprio in questa sua vocazione pedagogica risiede, per molti osservatori critici, il nucleo dei danni più profondi che la Repubblica ha arrecato al tessuto culturale, etico e civile dell’Italia.
Il giornale di Scalfari non si è mai limitato a raccontare i fatti, ma ha costantemente interpretato, orientato, giudicato e selezionato la realtà secondo una griglia ideologica rigida, presentata però come neutrale, razionale e inevitabile, contribuendo così a diffondere l’idea che esistesse un solo orizzonte legittimo del pensiero moderno, quello del progressismo laicista, mentre ogni visione alternativa, in particolare quella di matrice cristiana, tradizionale o conservatrice, veniva sistematicamente ridicolizzata, marginalizzata o dipinta come residuo oscurantista del passato.
In questo senso la Repubblica ha svolto un ruolo decisivo nel processo di secolarizzazione aggressiva del Paese, non limitandosi a criticare il potere ecclesiastico o le interferenze della Chiesa nella politica, ma lavorando a una progressiva delegittimazione dell’antropologia cristiana stessa, dei suoi principi morali, della sua concezione della famiglia, della vita, della responsabilità e del limite, sostituendo a essa un’etica fluida, soggettiva, fondata sull’autodeterminazione assoluta dell’individuo e sulla riduzione del bene a ciò che è socialmente desiderabile o mediaticamente approvato.
Il danno etico prodotto da questa impostazione non è stato immediato né clamoroso, ma lento e corrosivo, perché la Repubblica ha contribuito a normalizzare il relativismo morale, presentandolo come conquista di civiltà, e a dissolvere l’idea stessa di verità oggettiva, riducendo ogni questione morale a conflitto di opinioni, di diritti contrapposti o di sensibilità soggettive, con l’effetto di indebolire profondamente il senso di responsabilità personale e collettiva.
Sul piano politico e civile, il quotidiano ha spesso alimentato una visione manichea della realtà, dividendo il campo tra progressisti moralmente superiori e avversari reazionari o sospetti, contribuendo a una polarizzazione culturale che ha reso sempre più difficile un confronto autentico e ha trasformato il dibattito pubblico in una arena ideologica permanente, dove il fine non è comprendere ma delegittimare; inoltre, la centralità dell’io scalfariano, della soggettività come criterio ultimo di giudizio, ha avuto un’influenza profonda sul modo di intendere il giornalismo, favorendo uno stile narrativo in cui l’opinione si sostituisce al fatto e la visione del mondo del direttore diventa lente obbligata per leggere la realtà, con una conseguente erosione dell’etica professionale del giornalismo stesso, sempre meno orientato alla ricerca della verità e sempre più alla costruzione di consenso.
In campo bioetico, educativo e culturale, la Repubblica ha sostenuto con coerenza battaglie che hanno contribuito a scardinare riferimenti morali condivisi, presentando come progresso ciò che in realtà ha spesso prodotto frammentazione, solitudine, crisi della famiglia e smarrimento del senso del limite, mentre ogni richiamo a un ordine morale trascendente veniva liquidato come imposizione o nostalgia autoritaria.
Il paradosso è che un giornale nato nel nome della libertà ha finito per esercitare una forma sottile ma pervasiva di egemonia culturale, in cui alcune opinioni diventano automaticamente legittime e altre impresentabili, contribuendo così a una povertà del pluralismo reale e a una crescente intolleranza verso il dissenso.
A distanza di decenni, il bilancio storico di la Repubblica non può prescindere da questa responsabilità: aver inciso profondamente sull’immaginario collettivo italiano, non solo orientando scelte politiche, ma plasmando coscienze, linguaggi e categorie morali, spesso in direzione di una dissoluzione dell’etica oggettiva e di una visione dell’uomo ridotta ai suoi desideri, e se è vero che ogni grande giornale è figlio del suo tempo, è altrettanto vero che la Repubblica è stata anche uno degli artefici principali di quel tempo, con conseguenze che ancora oggi pesano sul dibattito pubblico e sulla capacità dell’Italia di interrogarsi seriamente sul bene, sulla verità e sul senso ultimo della convivenza civile.
