Il primo settembre 1969 segnò l’irruzione sulla scena mondiale di un giovane colonnello di nome Muʿammar Gheddafi, che con un colpo di Stato incruento depose re Idris e inaugurò una delle più controverse dittature del Novecento.
Per oltre quarant’anni Gheddafi ha incarnato un potere personale e assoluto, presentandosi come rivoluzionario, anti-imperialista e difensore della dignità araba, ma consegnando alla Libia e al mondo una lunga scia di disastri politici, sociali e umanitari.
La sua “Jamahiriyya”, proclamata nel 1977, era ufficialmente il “potere delle masse”, in realtà un regime verticistico dominato dal suo carisma e dalla sua arbitrarietà.
Tra le macerie più gravi vi è la repressione brutale degli oppositori: esecuzioni pubbliche, sparizioni forzate, torture nelle prigioni segrete e il massacro della prigione di Abu Salim del 1996, in cui furono uccisi circa 1200 detenuti, rimangono tra le pagine più nere.
Gheddafi non esitò a finanziare e sostenere movimenti terroristici nel mondo intero, dalla lotta armata dell’IRA in Irlanda agli attentati in Europa, e la sua responsabilità diretta o indiretta nell’attentato di Lockerbie del 1988, costato la vita a 270 persone, rimane una ferita incancellabile.
La Libia, pur essendo un Paese ricchissimo di risorse petrolifere, venne amministrata in modo caotico, con un’economia che oscillava tra nazionalizzazioni arbitrarie, distribuzioni clientelari e improvvisi esperimenti ideologici, mentre il popolo rimaneva prigioniero della corruzione, della mancanza di libertà e dell’isolamento internazionale.
Sul piano regionale, Gheddafi cercò di costruire un ruolo da leader panafricano e panarabo, ma i suoi tentativi di unione con altri Paesi si tradussero in clamorosi fallimenti, mentre le sue avventure militari in Ciad e in altre aree africane costarono vite e risorse senza produrre alcun beneficio.
Nondimeno, se si deve cercare un merito, esso risiede nel fatto che Gheddafi seppe, almeno per un certo periodo, garantire ai libici un livello di welfare superiore a molti altri Paesi africani: accesso gratuito a sanità e istruzione, sovvenzioni per la casa, politiche di redistribuzione, pur viziate dall’autoritarismo e dall’instabilità, furono reali.
Inoltre, la sua insistenza sull’indipendenza dal neocolonialismo occidentale gli valse in Africa una certa popolarità, e il Fondo Sovrano libico finanziò opere e infrastrutture che beneficiarono diversi Paesi del continente.
Tuttavia, questi meriti parziali e circoscritti non cancellano l’immenso danno che la sua dittatura arrecò: la soppressione delle libertà fondamentali, l’uso del terrorismo come strumento di politica estera, la condanna del popolo libico a un isolamento che, dopo la sua caduta violenta nel 2011, si è trasformato in un caos ancora più sanguinoso.
Gheddafi rimane dunque la personificazione di una parabola storica in cui le aspirazioni a emancipazione e grandezza si sono trasformate in tirannia, tragedia e instabilità permanente.

Articolo molto parziale. Francia e USA vollero destituire Gheddafi con la forza e senza mandato ONU, a dimostrazione del fatto che il diritto internazionale viene invocato solo quando conviene, dato che Gheddafi stava pensando di creare una moneta africana ancorata all’oro, affrancandosi dal franco francese africano e persino dal dollaro. L’aggressione alla Libia fu un disastro per il suo popolo, che grazie al petrolio godeva di tanti benefici rispetto ad altre nazioni africane; e che ora si trova diviso, spesso in guerra, con le grandi potenze che ne impediscono la riunificazione per interessi propri. Anche l’Italia subì le conseguenze di questa aggressione, visti gli accordi molto vantaggiosi che avevano stipulato Berlusconi e Gheddafi
Era un nostro alleato e, già per questo, l’articolo è sospetto di anglofilia. La Libia e l’Italia hanno avuto solo danni dal suo omicidio. Ricordiamo il ruolo di traditore svolto da Napolitano.