La cronaca sportiva ci offre, ancora una volta, un triste esempio di come l’ideologia cieca riesca a penetrare in ogni ambito della vita pubblica, persino nello sport.
Durante l’undicesima tappa della Vuelta di Spagna 2025, a Bilbao, la corsa è stata neutralizzata per motivi di sicurezza a causa di un gruppo di manifestanti pro-Palestina che ha occupato l’area d’arrivo.
Una tappa attesa e combattuta, con i campioni Jonas Vingegaard e Thomas Pidcock protagonisti, è stata di fatto cancellata dall’albo d’oro: nessun vincitore, solo caos e tensione.
Quello che potrebbe sembrare un episodio minore, in realtà è un segnale inquietante. Lo sport, che dovrebbe unire e creare un momento di sospensione dalle lotte politiche, diventa il palcoscenico preferito di chi vuole imporre il proprio messaggio ideologico con atti eclatanti. Ma qual è questo messaggio? E soprattutto, quali basi storiche e politiche ha?
Da decenni la questione israelo-palestinese divide le opinioni pubbliche, ma spesso con un clamoroso fraintendimento di fondo: si attribuisce a Israele la colpa di tutto, mentre si dimentica il lungo elenco di occasioni storiche che i palestinesi stessi hanno rifiutato.
La soluzione dei due Stati – la creazione di uno Stato palestinese accanto a quello israeliano – è stata proposta più volte dalla comunità internazionale, a partire dal piano di partizione dell’ONU del 1947. Quella proposta prevedeva due entità: uno Stato ebraico e uno Stato arabo-palestinese. Israele accettò, i palestinesi e i Paesi arabi rifiutarono e risposero con la guerra.
Negli anni successivi, altri tentativi furono messi sul tavolo: dagli Accordi di Camp David (2000) fino alle offerte di Ehud Olmert (2008). Anche in quei casi, i leader palestinesi rifiutarono. Perché? Perché per le loro fazioni più radicali, dalla OLP di Arafat fino a Hamas oggi, l’obiettivo non è mai stato “uno Stato accanto a Israele”, ma uno Stato al posto di Israele.
Questa è la radice del conflitto: non l’assenza di uno Stato palestinese, ma il rifiuto palestinese a convivere con uno Stato ebraico.
Molti dei cosiddetti “Pro-Palestina” che oggi manifestano in Europa non conoscono nemmeno questa storia, oppure la ignorano volutamente. Preferiscono abbracciare la retorica vittimista che dipinge i palestinesi come “resistenti” eterni contro un oppressore onnipotente. In realtà, quella “resistenza” si è spesso tradotta in terrorismo: attentati suicidi, missili lanciati indiscriminatamente contro civili, rapimenti, massacri come quello del 7 ottobre 2023.
Il culto del martirio, alimentato da Hamas e da altri gruppi jihadisti, ha trasformato generazioni di giovani palestinesi in strumenti di morte, invece che in costruttori di pace. Eppure, nelle piazze europee, questi stessi estremisti vengono esaltati come “eroi della liberazione”.
Qui si innesta il secondo errore, quello dei manifestanti occidentali. Molti di loro non conoscono il Medio Oriente, non hanno mai studiato la storia del conflitto, ma si lasciano trascinare da slogan facili, da un manicheismo ideologico in cui Israele è “il male assoluto” e i palestinesi sono “le vittime innocenti”.
Il problema è che questa narrazione non solo è falsa, ma è anche pericolosa. Trasforma l’odio verso Israele in una nuova forma di antisemitismo mascherato da “antisionismo”. Legittima la violenza, come quella dei manifestanti che interrompono eventi sportivi, culturali, universitari. E soprattutto, perpetua l’irresponsabilità dei leader palestinesi: se la colpa è sempre e solo di Israele, perché mai dovrebbero cambiare rotta?
La tappa neutralizzata della Vuelta di Spagna non è un episodio isolato. Già in passato il ciclismo, il calcio, l’atletica sono stati strumentalizzati per messaggi politici. Ma c’è una differenza tra ricordare le vittime di guerre e terrorismo e imporre con la forza un messaggio che mette a rischio la sicurezza di atleti e spettatori.
Il corridore britannico Thomas Pidcock, a caldo, ha detto: “Metterci in pericolo non aiuta la protesta”. Una frase di buon senso che dovrebbe aprire gli occhi a molti: se la protesta diventa violenza o minaccia, perde ogni legittimità.
Se davvero si vuole la pace in Medio Oriente, occorre innanzitutto riconoscere la realtà: Israele esiste, ed esisterà. Chi non accetta questo principio, non cerca la pace ma la guerra eterna.
I palestinesi avrebbero potuto avere uno Stato già nel 1947, nel 2000, nel 2008 e anche in altre occasioni. L’hanno rifiutato ogni volta, perché accecati dal fanatismo e strumentalizzati da regimi e movimenti islamisti che usano la loro causa per fini geopolitici. Oggi, chi li difende ciecamente in Occidente si rende complice di questo fallimento.
Serve invece un cambio di mentalità: riconoscere gli errori storici dei leader palestinesi, rifiutare il terrorismo come strumento politico, educare le nuove generazioni alla convivenza e non all’odio. Solo allora la soluzione dei due Stati potrà tornare ad avere un senso.
L’episodio della Vuelta ci ricorda che il fanatismo non conosce confini. Dalla Striscia di Gaza alle strade di Bilbao, la logica dell’odio e del rifiuto della realtà produce solo caos, divisioni e insicurezza. Se davvero i sostenitori della causa palestinese vogliono aiutare quel popolo, dovrebbero smettere di gridare slogan e iniziare a dire la verità: i palestinesi hanno avuto occasioni concrete di pace e di Stato, e le hanno sprecate.
Solo quando questo verrà ammesso, ci potrà essere un futuro diverso. Fino ad allora, continueremo a vedere proteste inutili, fanatismi ciechi e, purtroppo, sport e cultura ostaggio di chi non accetta la realtà.

Questo articolo è sfacciatamente a favore di un genocidio che il popolo eletto (?)sta compiendo sulla popolazion palestinese , grazie all’inanita’ di governanti vili e correi in Europa. Israele E’ il problema dal 1947 come la storia ricorda. A partire dalla Naqba. E’ nauseante il tentativo di rovesciare la logica della realtà definendo fanatici coloro che protestano. Cominciate a preoccuparvi: quello che avviene a Gaza ha aperto gli occhi alla maggioranza delle persone e l’antisemitismo ha raggiunto livelli impensabili. L’Hybris porta sempre con se’ la Nemesis. Niente Hollywood