L’eccidio di Porzûs, avvenuto tra il 7 e il 18 febbraio 1945, resta una delle pagine più oscure e moralmente scandalose della Resistenza italiana. Non per mano dei nazifascisti, non in un campo di battaglia contro l’occupante, ma per opera di altri partigiani: comunisti delle Brigate Garibaldi che assassinarono a sangue freddo i partigiani cattolici e azionisti delle Brigate Osoppo, colpevoli unicamente di non sottomettersi all’egemonia ideologica del Partito Comunista.
È una verità scomoda, rimossa per decenni, coperta da silenzi, ambiguità, giustificazioni ideologiche. Eppure Porzûs non fu un incidente, né un tragico equivoco: fu un crimine politico deliberato, una resa dei conti interna alla Resistenza, condotta con metodi da guerra civile e logiche da totalitarismo.
I partigiani della Osoppo combattevano i nazifascisti, difendevano il territorio friulano e si opponevano alle mire annessionistiche jugoslave di Tito. Proprio per questo divennero un ostacolo per i comunisti, che vedevano nella Jugoslavia socialista un alleato strategico e consideravano “nemico” chiunque non si allineasse.
La conseguenza fu l’eliminazione fisica: uomini sequestrati, interrogati, umiliati, torturati e infine fucilati. Tra le vittime anche Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo Pasolini, simbolo di una tragedia che colpì non solo individui ma l’intera idea di Resistenza come lotta unitaria per la libertà.
Non si trattò di giustizia rivoluzionaria, ma di puro terrore ideologico.
Porzûs mostra ciò che spesso si è voluto negare: una parte consistente del movimento partigiano comunista non combatteva solo per liberare l’Italia, ma per preparare una futura egemonia politica, pronta a usare le armi anche contro altri italiani, se non conformi al progetto rivoluzionario.
La logica era chiara: chi non è con noi è contro di noi. Una logica tipicamente totalitaria, che trasforma il compagno in nemico e giustifica l’omicidio in nome della Storia, del Popolo, della Rivoluzione.
Non è un caso che i responsabili materiali dell’eccidio siano stati per anni protetti, giustificati, minimizzati. La memoria ufficiale della Resistenza ha preferito raccontare un’epopea senza ombre, dove i comunisti erano sempre e solo “i buoni”, e ogni critica veniva bollata come revisionismo o, peggio, come simpatia fascista.
Ma la verità non ha colore politico.
La strage di Porzûs non è solo un crimine contro singole vittime: è un tradimento della Resistenza stessa. Tradimento dei suoi valori più autentici: pluralismo, libertà, dignità umana, rispetto dell’altro.
Quei partigiani comunisti non agirono da liberatori, ma da carnefici. Non da antifascisti, ma da futuri oppressori in potenza. E se non vi fu una guerra civile aperta nel dopoguerra, non fu certo per mancanza di volontà da parte di chi già nel 1945 era disposto a uccidere “compagni” in nome di un’ideologia.
Porzûs dimostra che il comunismo italiano armato non era immune dai vizi dei regimi che diceva di combattere: dogmatismo, fanatismo, culto del partito, disprezzo per la vita umana.
Per decenni Porzûs è stato marginalizzato nei manuali scolastici, ridotto a nota a piè di pagina, raccontato con formule vaghe: “episodio controverso”, “tragico errore”, “scontro tra fazioni”.
Ma non fu uno scontro: fu un massacro unilaterale.
Questo silenzio non è neutrale: è una forma di complicità culturale. È la dimostrazione che in Italia esiste ancora una memoria selettiva, dove alcuni morti sono più degni di altri, e dove i crimini “rossi” vengono trattati con indulgenza, mentre quelli altrui con giusta severità.
Una democrazia matura dovrebbe avere il coraggio di guardare in faccia tutta la propria storia, senza sconti per nessuno.
Denunciare Porzûs non significa delegittimare la Resistenza, ma purificarla dalla menzogna. Significa restituire dignità a chi è stato ucciso due volte: prima dai proiettili, poi dal silenzio.
Porzûs ci insegna che non basta dirsi dalla parte giusta della storia per essere giusti. Che l’ideologia, quando diventa assoluta, genera sempre violenza. E che il comunismo, anche in versione partigiana, non fu solo una forza di liberazione, ma anche una potenziale macchina di oppressione.
Ricordare Porzûs è un dovere morale. Non per dividere, ma per dire finalmente la verità: la libertà non nasce mai dal fanatismo, e nessuna bandiera, nemmeno quella “antifascista”, può giustificare l’assassinio politico.
