L’identità culturale di una comunità è l’elemento fondamentale per garantire l’unità e la capacità di promuovere la «città», la res publica.
L’attenzione che viene data alla costruzione dell’immaginario nelle società contemporanee ne è un esempio. In realtà questo fenomeno è antropologico ed è sempre esistito. Non esiste convivenza senza fondamento culturale.
La caratterista nuova dell’oggi però è la interpolazione della propaganda con l’ingegneria sociale e la guerra psicologica, oltre alla presenza di mass media che facilitano la diffusione di idee, spesso imposte con grande dispendio di mezzi economici e di studio accademico, volte ad affermare interessi economici e di potere e non la ricerca della verità.
E’ un fenomeno che si è accelerato nella modernità dove, spesso, la identità culturale «forte» è stata vista come un freno al progresso perché ostacolava le idee «nuove» che cerchi ristretti di intellettuali proponevano come necessarie per ottenere un futuro radioso.
Queste élites gnostiche e oggi possiamo dire esplicitamente sataniste, hanno visto, particolarmente nella tradizione cristiana, un ostacolo ai loro programmi.
La difesa della tradizione è dunque diventata, per molte comunità, anche una riaffermazione della propria identità e della propria sopravvivenza.
La cancellazione del passato è un carattere distintivo di tutti i regimi e, in definitiva, un attacco alla libertà se viene proposta nell’ambito di quelle «costruzioni» dell’immaginario organizzate dalla propaganda a cui si faceva riferimento prima.
La definizione delle politiche culturali, anche da parte degli enti locali, dovrebbe essere dunque vista in un contesto generale che non punti solo alla «valorizzazione» turistica, economica, culinaria di una comunità come spesso accade.
Non va dimenticato mai che anche questi aspetti nascono da una visione complessiva della persona umana. La cucina italiana, ad esempio, non è un insieme di ricette ma, in primo luogo, un modo di stare insieme e di curare il territorio.
L’uomo occidentale, in breve sintesi, è passato dall’essere «cristiano», quindi rivolto alla salvezza eterna, protetto da Dio e uguale davanti a Lui, ad essere «cittadino», quindi teoricamente orientato al bene comune, sottoposto alla legge della maggioranza e orientato al progresso, ad essere oggi «consumatore» cioè rivolto alla soddisfazione personale, al presente continuo e ai desideri sempre cangianti. Si tratta di un evidente degrado che può essere contrastato proprio con la valorizzazione della storia.
Lo stato e gli enti locali, quando definiscono le loro politiche culturali, devono conoscere questi processi per non essere solo dei burocrati e, per quanto riguarda la loro competenza amministrativa, dovrebbero porsi una serie di obiettivi che vadano oltre la semplice organizzazione di eventi. In particolare abbiamo il dovere di lasciare ai giovani la eredità di una civiltà gloriosa che deve guardare al futuro, trovando le proprie radici nel passato.
Nel corso della sua visita alla Università della Sapienza Leone XIV ha affermato parole significative parlando del disorientamento generale e dei giovani in particolare:
«Dell’inquietudine esiste però anche un volto triste: non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male. Per tutti ci sono stagioni difficili; qualcuno però può avere l’impressione che non finiscano mai. Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni. È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia. Proprio questo malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo! Proprio questa nostra speciale dignità mi porta a condividere con voi due domande. A voi giovani questo malessere chiede: “Chi sei?” Essere noi stessi, infatti, è l’impegno caratteristico della vita di ogni uomo e di ogni donna. “Chi sei?” è la domanda che ci facciamo l’un l’altro; la domanda, che silenziosamente poniamo a Dio; la domanda cui possiamo rispondere solo noi, per noi stessi, ma alla quale non possiamo mai rispondere da soli. Noi siamo i nostri legami, il nostro linguaggio, la nostra cultura: a maggior ragione, è vitale che gli anni dell’università siano il tempo dei grandi incontri.»
Anche alla luce di queste affermazioni è evidente che la difesa delle comunità e della loro storia è legata alla difesa della dignità umana e alla sua ricerca del senso della vita. Abbiamo bisogno degli altri e, in primo luogo, di Dio per trovare noi stessi.
Troviamo una via per la ricerca del senso, se vediamo l’insieme di ciò che rappresentano le tradizioni e i luoghi che vediamo in ogni angolo della nostra bellissima Italia.
VINCENZO SILVESTRELLI
