Il mobbing trova riscontri in personaggi antichi e vale la pena riflettere perché la correttezza degli ambiti sociali e di lavoro dipende anche da noi.
Alcuni personaggi di racconti sacri e profani, come la Bibbia e le tragedia greche, esprimono delle realtà profonde che si ripetono nei secoli perché descrivono la natura umana e quindi, nella storia collettiva e personale, parlano di comportamenti che si ripropongono costantemente in vari ambiti.
Il racconto di Caino e Abele è uno di questi. Esso propone i temi della rettitudine di intenzione e quello dell’individia.
«Caino offre i frutti della terra ma non il suo cuore. Abele offre per la fede il suo cuore e poi le vittime »(Cathopedia). Nel caso di Caino dunque il sacrificio era più formale che espressione di amore e culto a Dio. Mancava in Caino la rettitudine di intenzione.
La rettitudine di intenzione può essere definita come la corrispondenza fra le azioni e le dichiarazioni. E’ un atteggiamento di verità. Per un cristiano in definitiva la rettitudine di intenzione è operare sempre per la gloria di Dio.
L’omicidio di Abele nacque però anche dall’invidia di Caino per il fatto che il Signore riconosceva la rettitudine di intenzione di Abele. Caino, anziché migliorare se stesso, invidiando il fratello , risolse la questione uccidendolo, cioè facendolo scomparire.
Per quanto riguarda il tema dell’invidia possiamo partire dal decimo comandamento: «Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna delle cose che sono del tuo prossimo » (Dt 5,21).
Il desiderio dei beni non è in sé ingiusto. Lo diventa quando li si vogliono ottenere in maniera scorretta e contraria al bene comune. Il catechismo della Chiesa cattolica, citando il precedente Catechismo romano, fa alcuni esempi concreti: «mercanti che desiderano scarsità e prezzi crescenti, che non possono sopportare di non essere gli unici a comprare e vendere in modo da poter vendere più caro e comprare più a buon mercato; coloro che sperano che i loro pari si impoveriscano, per realizzare un profitto vendendo a loro o comprando da loro… medici che desiderano che la malattia si diffonda; avvocati che sono ansiosi di molti casi e processi importanti. (CCC, n. 2537) »
In ambito sociale quindi l’invidia può nascere dalla esigenza immorale di perseguire un proprio interesse danneggiando gli altri. Essa però ha anche una genesi diversa in molti ambiti, cioè, come nel caso di Caino e Abele, non è legata ad un interesse razionale anche se immorale. Capita in molti ambienti che la persona che lavora con rettitudine di intenzione e capacità sia invidiata solo perché il suo esempio genera malessere in chi si comporta altrimenti. Si dà talvolta il nome di mobbing a queste situazioni in cui un «innocente» viene perseguitato senza colpa in un contesto sociale. Il termine nasce dal verbo inglese to mob che indica l’attacco di una folla contro un intruso. Spesso viene sentito come intruso che persegue valori diversi da quelli dominanti nel contesto in cui opera. Molti santi riformatori di ordini, come San Romualdo di Ravenna (952-1027), furono spesso perseguitati nelle loro comunità perché volevano seguire in maniera corretta la loro vocazione.
Il mobbing è un comportamento che danneggia fortemente tutti i contesti sociali. Come evitarlo? In primo luogo bisogna vigilare su se stessi per evitare di essere, più o meno consapevolmente e per motivi diversi, cooperanti attivi.
San Josemaría Escrivá (1902-1975), ad esempio, lega, la mancanza di rettitudine di intenzione anche all’egoismo. Scrive in Solco 296 «Non sembra vero che si possa essere tanto felici in questo mondo dove molti si ostinano a vivere tristi, perché rincorrono il loro egoismo, come se tutto finisse quaggiù! — Non essermi come loro…, rettifica in ogni momento!».
Socialmente spetta ai responsabili di una realtà di costruire ambiti di lavoro in cui questo fenomeno non sia possibile e sia limitato e represso per il bene di tutti.

Analisi impeccabile e molto ben scritta