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Negli ambienti del dibattito internazionale sul conflitto israelo-palestinese, il termine “Pallywood” continua a sollevare polemiche, accuse di propaganda e prese di posizione contrapposte.
Nato all’inizio degli anni Duemila grazie allo storico americano Richard Landes, che lo coniò unendo “Palestine” e “Hollywood” per descrivere quella che riteneva un’attività sistematica di messa in scena di immagini e video a scopo propagandistico, il concetto si è trasformato in un’etichetta utilizzata da numerosi analisti, giornalisti e attivisti per spiegare un preciso fenomeno: la creazione deliberata di scene emotivamente potenti, destinate a essere diffuse rapidamente sui media internazionali e sui social network, allo scopo di influenzare l’opinione pubblica.
Secondo i sostenitori della sua esistenza, non si tratta di un mito complottista, ma di una strategia di comunicazione ben radicata e documentata in alcuni episodi chiave.
Il caso più celebre, e ancora oggi oggetto di dispute accademiche e giornalistiche, è quello del bambino Muhammad al-Dura, ripreso nel settembre 2000 in un video diffuso dall’emittente France 2, che lo mostrava morente tra le braccia del padre durante scontri nella Striscia di Gaza.
Per anni la scena è stata utilizzata come simbolo della violenza israeliana, ma indagini e revisioni successive hanno sollevato dubbi sulla dinamica, sull’attribuzione dei colpi e persino sulla veridicità di ciò che mostrava la telecamera.
Landes e altri osservatori hanno sostenuto che l’episodio presentasse elementi tipici di una “costruzione scenica”: la presenza di operatori posizionati in anticipo, la gestione delle inquadrature, l’assenza di caos coerente con una sparatoria reale e, soprattutto, l’immediata capacità di diffondere la clip a livello globale con un frame narrativo già pronto.
Secondo i fautori della teoria, esiste un repertorio ricorrente di tecniche: l’arrivo di ambulanze e soccorritori prima che la scena lo richieda, feriti che appaiono in più riprese in ruoli diversi, sangue e detriti disposti in maniera fotogenica, bambini in lacrime portati davanti alle telecamere per massimizzare l’impatto emotivo, il tutto confezionato in formati adatti alla riproduzione televisiva o ai feed social.
Non mancano casi più recenti. Nel 2023, l’esplosione all’ospedale Al-Ahli a Gaza fu inizialmente attribuita dalle fonti palestinesi a un bombardamento israeliano con centinaia di vittime. Le immagini, drammatiche e devastanti, furono immediatamente rilanciate da emittenti internazionali e da leader politici senza attese per verifiche indipendenti. Nei giorni successivi, inchieste giornalistiche e analisi indipendenti portarono a una ricostruzione diversa, ipotizzando che la deflagrazione fosse stata causata da un razzo palestinese caduto all’interno dell’area dell’ospedale.
Per chi crede all’esistenza di Pallywood, questo episodio rappresenta un caso esemplare della potenza della narrazione immediata e del danno irreversibile prodotto da una versione iniziale, anche quando successivamente smentita o ridimensionata.
In questo quadro, il concetto di “Pallywood” non si limita a singoli episodi, ma viene descritto come una strategia comunicativa più ampia, in cui operatori, reporter locali e strutture mediatiche simpatizzanti collaborano, consapevolmente o meno, per fornire al pubblico globale immagini capaci di suscitare indignazione, pietà e condanna verso Israele, prima ancora che la verifica dei fatti possa intervenire.
Secondo i critici di questa pratica, l’obiettivo non è solo attirare l’attenzione mediatica, ma anche influenzare decisioni politiche, condizionare le posizioni delle ONG e orientare le risoluzioni internazionali. Gli avversari di questa tesi accusano chi parla di Pallywood di voler screditare ogni testimonianza proveniente dai territori palestinesi, ma i sostenitori ribattono che riconoscere l’esistenza di casi documentati non equivale a negare la sofferenza reale.
Significa piuttosto ammettere che, in un contesto di guerra asimmetrica, la battaglia per l’immagine e per il racconto mediatico è centrale quanto quella sul terreno, e che una parte di questa battaglia viene combattuta con strumenti scenici e narrativi consapevoli.
L’efficacia di questo approccio si fonda su un dato psicologico: le prime immagini viste dal pubblico tendono a fissarsi nella memoria e a definire il giudizio, anche se in seguito emergono smentite. È la forza del “primato narrativo”: chi fornisce per primo la storia e le immagini vince quasi sempre la partita dell’opinione pubblica, soprattutto in un ecosistema informativo dominato dai social network e dalla logica del “condividi subito, verifica dopo”.
Nel 2025, con il conflitto Israele-Hamas ancora in corso e la produzione di contenuti digitali più frenetica che mai, parlare di Pallywood significa affrontare una dimensione della guerra che non si combatte con le armi, ma con le telecamere, gli smartphone e la capacità di orchestrare emozioni collettive. Per chi ritiene che Pallywood sia reale, ignorare questa dimensione equivale a rinunciare a comprendere uno dei motori più potenti della percezione internazionale del conflitto.
