Il derby tra Millwall e West Ham, che si giocherà oggi pomeriggio, non è una semplice rivalità sportiva; è un reperto tossico di un calcio che scambia l’appartenenza con la sopraffazione. Quando una partita di pallone richiede blindature cittadine, divieti d’accesso e la mobilitazione delle forze dell’ordine a livelli da stato d’assedio, significa che il sistema ha già fallito.
La retorica che ammanta queste sfide del fascino romantico della working class o delle radici storiche non è altro che una verniciatura culturale su una realtà brutale. Usare uno sciopero del 1926 o conflitti industriali dell’era vittoriana per giustificare accoltellamenti, morti e decenni di guerriglia urbana è una speculazione nostalgica grottesca. Il pallone, in questo contesto, smette di essere un fattore di aggregazione e diventa un mero pretesto per sfogare impulsi antisociali, dove la violenza viene camuffata da “tradizione” e “identità”.
La vera piaga di questo fenomeno è la cultura dell’odio elevata a vanto sociologico. Orgogliosi dello slogan “No one likes us, we don’t care“, i gruppi organizzati trasformano la marginalità e l’ostilità verso l’esterno in una medaglia al valore. La narrazione dell’eroe solitario tifoso del Millwall che affronta i terroristi a London Bridge — pur nel suo valore individuale — non cancella la realtà quotidiana di settori di tifoseria che per decenni hanno sistematicamente distrutto quartieri e spezzato vite.
Accettare che uno stadio sia un posto dove “al limite si va per fare a pugni” significa arrendersi all’idea che il calcio debba rimanere una zona franca di barbarie. Lo sport deve unire e appassionare; quando richiede sangue, feriti e il dispiegamento dell’esercito per novanta minuti di gioco, perde qualsiasi funzione sociale e si riduce a semplice ostaggio della violenza.
