Dopo tre giorni di occupazione da parte di gruppi antagonisti, lunedì l’Università di Torino ha riaperto le porte di Palazzo Nuovo, uno dei principali poli delle facoltà umanistiche. Quella che studenti e personale si sono trovati davanti è stata una scena di degrado e vandalismo: muri imbrattati con scritte inneggianti alla morte delle forze dell’ordine, servizi igienici danneggiati, impianti oscurati e ambienti da sanificare.
Secondo una prima stima dell’ateneo, i danni materiali ammontano a circa 40 mila euro, cifra che comprende interventi di pulizia straordinaria, ritinteggiature e ripristino dei sistemi di sicurezza. Le scritte più gravi, comparse in diversi spazi interni, contenevano slogan apertamente violenti e offensivi, rivolti in particolare alla polizia e agli apparati dello Stato.
Sull’episodio è intervenuta anche la ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, che ha parlato di un attacco non solo all’istituzione universitaria ma alle stesse basi democratiche del Paese. Il Ministero ha annunciato l’intenzione di presentare denuncia per individuare i responsabili e perseguirli penalmente.
Al di là dei costi economici, ciò che colpisce maggiormente è il contenuto ideologico di queste scritte. Non si tratta di semplici proteste o di dissenso espresso in modo acceso: siamo di fronte a una legittimazione esplicita della violenza come strumento politico, con toni che richiamano un vero e proprio odio sociale.
Qui emerge una contraddizione sempre più evidente: gruppi che si autodefiniscono “antifascisti” adottano linguaggi e metodi che ricordano proprio ciò che dicono di combattere. Intimidazione, esaltazione della violenza, disprezzo per le istituzioni democratiche e per chi le rappresenta: questo non è antifascismo, è una forma di fascismo rovesciato, mascherato da militanza progressista.
L’università dovrebbe essere il luogo del confronto delle idee, non il teatro di azioni intimidatorie e distruttive. Quando l’“impegno politico” si riduce a vandalismo e odio, non è più protesta: è autoritarismo ideologico, che soffoca il pluralismo e tradisce proprio quei valori di libertà e democrazia che dice di difendere.

Il commento si inserisce nel medesimo alveo dell’”antifascismo” una cui forma di espressione è quanto avvenuto a Torino. Il commento definisce “fascismo” l’azione violenta dei centri sociali quando, il Fascismo, fu ordine sociale e controllo del bolscevismo che aveva pervaso l’Italia prima della Marcia su Roma. Basta ricordare i morti, le aggressioni, le violenze dei “rossi” dal ‘19 al ‘22 cui il Fascismo mise fine, su mandato del Re. Quindi, nessun colpo di Stato.
Pertanto l’equazione violenza-fascismo è un feticcio dell’antifascismo. Come l’articolo chiaramente espone.