Nei giorni scorsi, in un’intervista rilasciata al Corriere del Veneto, Giorgio Giacchetti, geologo bellunese e presidente dell’Ordine dei geologi del Veneto, è intervenuto nel dibattito scaturito attorno a un libretto da lui firmato e distribuito negli istituti superiori della provincia di Belluno.
L’opera, sostenuta dal Comune di Belluno e finanziata dalla Regione Veneto, è finita al centro di accese polemiche per le posizioni sostenute dall’autore in merito alle cause del riscaldamento globale.
Giacchetti rifiuta l’etichetta di “negazionista”, sostenendo che la variazione del clima sia un fenomeno reale, ma ne attribuisce la matrice a dinamiche naturali di carattere astronomico, escludendo che l’impatto delle emissioni di carbonio e delle attività umane sia determinante.
Nell’intervista, il geologo ha difeso la propria impostazione professionale, precisando di non essere stato sanzionato dal proprio ordine professionale e distinguendo le critiche ricevute dalla Società Geologica Italiana da quelle dell’albo di appartenenza.
A fronte delle richieste avanzate da diverse parti di ritirare il testo dalle scuole, Giacchetti ha reagito provocatoriamente, dichiarando che le copie potrebbero essere bruciate in piazza per mostrare la natura della contestazione nei suoi confronti.
Ha inoltre espresso dubbi sull’efficacia immediata della sola riduzione della CO₂ — notando come i livelli siano cresciuti negli ultimi decenni nonostante i vertici internazionali — e ha sollevato riserve sui costi sociali, industriali ed ecologici della transizione verso le tecnologie elettriche.
Giacchetti, come altri studiosi, geologi e ricercatori, contesta la natura antropica dei cambiamenti climatici. Questa prospettiva, pur non negando l’esistenza delle variazioni di temperatura in corso, attribuisce l’origine delle trasformazioni attuali a dinamiche strettamente naturali ed evolutive del pianeta ed è legata all’analisi della storia geologica della Terra.
Il clima non è mai stato statico, bensì caratterizzato dall’avvicendarsi continuo di epoche calde e periodi glaciali. In questo contesto, le fluttuazioni termiche sono spiegabili principalmente dai cicli astronomici di Milankovitch, che descrivono i mutamenti periodici nell’orbita terrestre, nella precessione degli equinozi e nell’inclinazione dell’asse del pianeta. Tali variazione orbitali modificano l’irraggiamento solare ricevuto dalla Terra nell’arco di decine o centinaia di migliaia di anni, condizionando in modo determinante l’alternanza tra fasi glaciali e interglaciali.
Un altro fattore ritenuto centrale riguarda la variabilità della radiazione e dell’attività solare.
Le oscillazioni del flusso energetico provenienti dal Sole, unitamente al comportamento del vento solare e del campo magnetico, influenzano la copertura nuvolosa e la temperatura atmosferica, esercitando un ruolo di primaria importanza nella regolazione del clima rispetto alle emissioni derivanti dalle attività industriali.
Relativamente all’anidride carbonica (CO₂), chi rigetta la tesi antropica ridimensiona significativamente l’impatto dei gas serra prodotti dall’uomo. La CO₂ costituisce una frazione minima dell’atmosfera terrestre (circa lo 0,04%). È il vapore acqueo, in realtà, il principale e più potente gas a effetto serra naturale.
L’aumento delle concentrazioni di anidride carbonica registrato nei carotaggi di ghiaccio storici tende a seguire, piuttosto che precedere, i rialzi termici. Pertanto, l’incremento di CO₂ in atmosfera è l’effetto e non la causa del riscaldamento degli oceani, i quali rilasciano maggiori quantità di gas quando la temperatura dell’acqua aumenta.
Tra le altre cause naturali figurano le grandi eruzioni vulcaniche e le dinamiche interne dei fluidi terrestri, come la circolazione termoalina e le grandi correnti oceaniche, in grado di redistribuire enormi quantità di calore sul pianeta e generare variazioni climatiche anche su scala decennale o secolare.
Vanno sollevati dubbi anche sull’affidabilità dei modelli climatici previsionali elaborati dai computer, incapaci di riprodurre adeguatamente la complessità e l’interazione tra tutti i fattori naturali in gioco, quali l’effetto albedo o la formazione delle nubi.
Insomma, le politiche volte alla drastica e immediata riduzione delle emissioni industriali risultino inefficaci per arrestare cicli naturali fuori dal controllo umano. La risposta alla crisi climatica, quindi, non dovrebbe concentrirsi sulla decarbonizzazione, bensì su strategie di prevenzione, adattamento del territorio e mitigazione dei rischi naturali.
Nei giorni scorsi, in un’intervista rilasciata al Corriere del Veneto, Giorgio Giacchetti, geologo bellunese e presidente dell’Ordine dei geologi del Veneto, è intervenuto nel dibattito scaturito attorno a un libretto da lui firmato e distribuito negli istituti superiori della provincia di Belluno.
L’opera, sostenuta dal Comune di Belluno e finanziata dalla Regione Veneto, è finita al centro di accese polemiche per le posizioni sostenute dall’autore in merito alle cause del riscaldamento globale.
Giacchetti rifiuta l’etichetta di “negazionista”, sostenendo che la variazione del clima sia un fenomeno reale, ma ne attribuisce la matrice a dinamiche naturali di carattere astronomico, escludendo che l’impatto delle emissioni di carbonio e delle attività umane sia determinante.
Nell’intervista, il geologo ha difeso la propria impostazione professionale, precisando di non essere stato sanzionato dal proprio ordine professionale e distinguendo le critiche ricevute dalla Società Geologica Italiana da quelle dell’albo di appartenenza.
A fronte delle richieste avanzate da diverse parti di ritirare il testo dalle scuole, Giacchetti ha reagito provocatoriamente, dichiarando che le copie potrebbero essere bruciate in piazza per mostrare la natura della contestazione nei suoi confronti.
Ha inoltre espresso dubbi sull’efficacia immediata della sola riduzione della CO₂ — notando come i livelli siano cresciuti negli ultimi decenni nonostante i vertici internazionali — e ha sollevato riserve sui costi sociali, industriali ed ecologici della transizione verso le tecnologie elettriche.
Giacchetti, come altri studiosi, geologi e ricercatori, contesta la natura antropica dei cambiamenti climatici. Questa prospettiva, pur non negando l’esistenza delle variazioni di temperatura in corso, attribuisce l’origine delle trasformazioni attuali a dinamiche strettamente naturali ed evolutive del pianeta ed è legata all’analisi della storia geologica della Terra.
Il clima non è mai stato statico, bensì caratterizzato dall’avvicendarsi continuo di epoche calde e periodi glaciali. In questo contesto, le fluttuazioni termiche sono spiegabili principalmente dai cicli astronomici di Milankovitch, che descrivono i mutamenti periodici nell’orbita terrestre, nella precessione degli equinozi e nell’inclinazione dell’asse del pianeta. Tali variazione orbitali modificano l’irraggiamento solare ricevuto dalla Terra nell’arco di decine o centinaia di migliaia di anni, condizionando in modo determinante l’alternanza tra fasi glaciali e interglaciali.
Un altro fattore ritenuto centrale riguarda la variabilità della radiazione e dell’attività solare.
Le oscillazioni del flusso energetico provenienti dal Sole, unitamente al comportamento del vento solare e del campo magnetico, influenzano la copertura nuvolosa e la temperatura atmosferica, esercitando un ruolo di primaria importanza nella regolazione del clima rispetto alle emissioni derivanti dalle attività industriali.
Relativamente all’anidride carbonica (CO₂), chi rigetta la tesi antropica ridimensiona significativamente l’impatto dei gas serra prodotti dall’uomo. La CO₂ costituisce una frazione minima dell’atmosfera terrestre (circa lo 0,04%). È il vapore acqueo, in realtà, il principale e più potente gas a effetto serra naturale.
L’aumento delle concentrazioni di anidride carbonica registrato nei carotaggi di ghiaccio storici tende a seguire, piuttosto che precedere, i rialzi termici. Pertanto, l’incremento di CO₂ in atmosfera è l’effetto e non la causa del riscaldamento degli oceani, i quali rilasciano maggiori quantità di gas quando la temperatura dell’acqua aumenta.
Tra le altre cause naturali figurano le grandi eruzioni vulcaniche e le dinamiche interne dei fluidi terrestri, come la circolazione termoalina e le grandi correnti oceaniche, in grado di redistribuire enormi quantità di calore sul pianeta e generare variazioni climatiche anche su scala decennale o secolare.
Vanno sollevati dubbi anche sull’affidabilità dei modelli climatici previsionali elaborati dai computer, incapaci di riprodurre adeguatamente la complessità e l’interazione tra tutti i fattori naturali in gioco, quali l’effetto albedo o la formazione delle nubi.
Insomma, le politiche volte alla drastica e immediata riduzione delle emissioni industriali risultino inefficaci per arrestare cicli naturali fuori dal controllo umano. La risposta alla crisi climatica, quindi, non dovrebbe concentrirsi sulla decarbonizzazione, bensì su strategie di prevenzione, adattamento del territorio e mitigazione dei rischi naturali.
