Il 18 settembre 1851 nasceva a New York un giornale destinato a segnare la storia della stampa americana e mondiale: il New York Times.
Fondato da Henry Jarvis Raymond e George Jones con l’intento dichiarato di offrire un’informazione sobria, affidabile e libera dal sensazionalismo che già allora caratterizzava parte della stampa, il quotidiano si è progressivamente trasformato in una vera e propria istituzione della vita culturale, politica e sociale degli Stati Uniti, capace di influenzare governi, opinioni pubbliche e orientamenti ideologici ben oltre i confini della nazione.
Conosciuto fin dagli inizi come “The Gray Lady”, per il suo stile autorevole e il layout austero, il Times ha accompagnato tutte le grandi vicende della storia americana: dalla Guerra Civile alla Grande Depressione, dal New Deal alla lotta per i diritti civili, dalla guerra in Vietnam allo scandalo del Watergate, fino alle sfide globali del XXI secolo, come il terrorismo e le nuove frontiere tecnologiche.
Ma non è mai stato soltanto un giornale, ma anche un laboratorio di opinione che ha contribuito a forgiare ideologie liberal-progressiste. Da decenni, infatti, il New York Times non è semplicemente un quotidiano, ma un apparato ideologico in camicia azzurra che si spaccia per giornalismo obiettivo.
Il Times rappresenta il simbolo più evidente della partita in corso tra la stampa liberal-progressista e il popolo americano che rivendica tradizione, sovranità, libertà economica e morale.
Il Times non cura solo le notizie, ma plasma una narrazione politica che di fatto favorisce il Partito Democratico, demonizza il Partito Repubblicano, e travisa eventi per sostenere temi cari alla sinistra culturale.
Ogni volta che un conservatore o Trump compie una qualsivoglia azione, il Times è lì a catalogare ogni dettaglio, enfatizzare i punti deboli, scavare scandali; quando un democratico sbaglia, le sviste passano per errore giornalistico o per “equivoci”, mai per responsabilità politica.
Il secondo fronte della critica riguarda il cosiddetto “wokeism”: il Times è un promotore instancabile dell’ideologia della correttezza politica, del gender fluid, della razza sempre al centro del discorso pubblico, delle minoranze usate come argomento morale, spesso a scapito della verità fattuale.
Il quotidiano, sia nella versione “carta stampata” che in quella digitale, non racconta oggettivamente, ma giudica, seleziona, omette, cerca consenso nella comunità progressista e negli ambienti accademici, sacrificando equilibrio, prudenza, imparzialità.
Terzo punto: la credibilità. Il Times ha perso la fiducia di molti statunitensi: non basta che gli articoli contengano dati, spesso l’impostazione interpretativa, il linguaggio, i titoli fuorvianti e la scelta delle fonti sono anch’essi parte di un orientamento ideologico che mira a far apparire normali visioni politiche di sinistra, mentre quelle di destra vengono presentate come estremiste, pericolose oppure moralmente inferiori.
Anche nelle questioni relative al credo religioso, al patriottismo, al concetto di identità nazionale, il Times non è neutro: è percepito come antagonista.
Un quarto elemento: la selezione delle notizie. Molti conservatori ritengono che le storie sfavorevoli ai democratici – corruzione, fallimenti politici interni, problemi sociali nei quartieri progressisti – vengano spesso mascherate o minimizzate, mentre scandali repubblicani o controversie legate a Trump e al Popolo MAGA vengono riportate in modo esteso, approfondito, virale.
Anche l’uso dell’opinione è visto come manipolazione: editoriali e rubriche spingono con decisione verso una visione progressista su temi quali l’aborto, l’identità di genere, l’immigrazione, i diritti LGBTQ+, settori mai bilanciati con voci che dissentono.
Infine, c’è la convinzione che questa parzialità non sia innocente, ma parte di una strategia culturale e politica volta a isolare e demonizzare un segmenti di cittadini che non la pensano “come loro”.
Il Times, in pratica, è la punta di lancia di un establishment che considera pericoloso il patriottismo conservatore, l’orgoglio nazionale, la religione cristiana, la famiglia tradizionale, e ogni forma di dissenso ideologico.
Da questa prospettiva, ogni rettifica tarda, ogni articolo che sembra “corretto” è visto come risposta a pressioni, proteste o cause giudiziarie, non come frutto di una reale volontà di imparzialità.
Il Times, insomma, è criticato non tanto per gli errori specifici – e ne fanno tanti – ma per il fatto che la sua esistenza stessa è parte integrante di una guerra culturale, un meccanismo uniforme per spingere la società verso l’ideologia liberal progressista, costi quel che costi…
