Il 14 novembre 1889 rappresenta una delle date più significative nella storia del giornalismo e dell’emancipazione femminile, un giorno che vide una giovane donna, determinata e intelligente, sfidare il mondo e vincere. Quella mattina, dall’affollato porto di New York, partiva la giornalista statunitense Nellie Bly, pseudonimo di Elizabeth Jane Cochrane, con l’obiettivo di realizzare ciò che fino ad allora era stato soltanto un sogno letterario: compiere il giro del mondo in meno di ottanta giorni.
La sua idea non era nata dal caso, ma dall’ispirazione tratta da uno dei romanzi più popolari dell’Ottocento, Il giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne, pubblicato nel 1872. In quell’opera, l’autore francese aveva raccontato le avventure di Phileas Fogg, un impeccabile gentiluomo inglese che, con l’aiuto del suo servitore Passepartout, decide di scommettere la propria fortuna per dimostrare che la nuova era dei trasporti e delle comunicazioni permetteva di compiere il periplo del globo in meno di ottanta giorni.
Per milioni di lettori, quella era una storia di fantasia, una celebrazione della modernità, del progresso e della fiducia nella ragione umana. Per Nellie Bly, invece, era una sfida concreta, un banco di prova per sé stessa e per la sua epoca.
A venticinque anni, Bly aveva già dimostrato di non essere una donna qualunque. In un mondo dominato da uomini, nel quale le donne erano confinate ai ruoli di mogli, madri o maestre, lei aveva scelto la via più ardua: quella del giornalismo investigativo. Aveva scritto articoli coraggiosi sul lavoro femminile, denunciando lo sfruttamento nelle fabbriche e la discriminazione nei giornali. Ma il suo nome era balzato all’attenzione del pubblico qualche anno prima, nel 1887, quando si era finta pazza per farsi internare nel manicomio femminile di Blackwell’s Island, a New York. Vi rimase dieci giorni, documentando dall’interno la crudeltà e l’abbandono a cui erano sottoposte le donne rinchiuse in quell’istituto.
La sua inchiesta, Ten Days in a Mad-House, pubblicata sul New York World di Joseph Pulitzer, scosse l’opinione pubblica americana e portò a riforme concrete nelle strutture psichiatriche. Da quel momento, Nellie Bly divenne il simbolo del nuovo giornalismo d’inchiesta, quello che non si accontentava di raccontare i fatti, ma li viveva, li esplorava, li denunciava dall’interno.
Quando propose ai suoi editori di affrontare il viaggio intorno al mondo, molti la derisero. Le dissero che era un’impresa troppo difficile, troppo pericolosa per una donna, e che nessuna compagnia l’avrebbe voluta a bordo da sola. Le suggerirono perfino di farsi accompagnare da un uomo, o di rinunciare del tutto. Ma lei non volle cedere. Con quella tenacia che la contraddistingueva, rispose semplicemente: “Se un uomo può farlo, posso farlo anche io”. E così, la mattina del 14 novembre 1889, con un piccolo baule di pelle e il passaporto in tasca, salì a bordo del piroscafo Augusta Victoria, diretta in Inghilterra, per cominciare la sua avventura.
Il mondo seguì il suo viaggio con trepidazione. Il New York World trasformò la sua impresa in un evento mediatico senza precedenti, pubblicando aggiornamenti costanti, mappe, illustrazioni e persino un concorso per indovinare il giorno e l’ora esatti del suo ritorno. Migliaia di lettori si appassionarono alla “corsa contro il tempo” di quella giovane reporter, che incarnava l’ottimismo e l’audacia di un’epoca di progresso.
Nellie Bly attraversò l’Atlantico, poi l’Europa, giungendo a Calais e poi a Parigi, dove poté incontrare Jules Verne e sua moglie. L’incontro con lo scrittore fu breve ma memorabile: Verne, stupito e affascinato da quella ragazza minuta ma dallo sguardo deciso, le augurò di riuscire là dove il suo personaggio aveva trionfato solo sulla carta. Le disse: “Se riuscirà a farcela in ottanta giorni, sarò felice. Ma se ci riuscirà in meno, sarò ancora più felice”.
Dal continente europeo Bly proseguì verso il Canale di Suez, toccando Port Said e Aden, poi l’oceano Indiano fino a Ceylon, oggi Sri Lanka. Da lì giunse a Singapore e Hong Kong, dove incontrò una curiosa coincidenza: un’altra giornalista, Elizabeth Bisland, era partita lo stesso giorno da New York, inviata da un giornale concorrente, The Cosmopolitan, con l’intento di battere il record di Bly viaggiando in direzione opposta. Si trasformò così in una vera e propria “gara giornalistica mondiale”, simbolo del dinamismo e della competitività dell’età vittoriana. Ma Bly, ignara a lungo di questa sfida parallela, proseguì senza cedimenti, affrontando tempeste, ritardi ferroviari e disagi di ogni genere.
Dal Giappone si imbarcò sull’Oceanic diretta a San Francisco, dove arrivò il 21 gennaio 1890. Lì un treno speciale organizzato dal New York World la portò in trionfo attraverso gli Stati Uniti, tra folle festanti e curiosi che si accalcavano alle stazioni per vederla passare. Quando il treno arrivò finalmente a New York, il 25 gennaio 1890, il cronometro segnava 72 giorni, 6 ore, 11 minuti e 14 secondi. Aveva battuto il tempo di Phileas Fogg, superato ogni aspettativa, e dimostrato che la determinazione umana poteva vincere qualunque barriera.
Il suo ritorno fu celebrato come una vittoria nazionale. I giornali la acclamarono come “la donna più famosa d’America”, e il suo nome divenne sinonimo di intraprendenza e libertà. Ma più ancora del record, ciò che rimase nella memoria collettiva fu il significato simbolico della sua impresa: Nellie Bly aveva dimostrato che una donna poteva viaggiare da sola, affrontare il mondo con coraggio, intelligenza e spirito di avventura. Aveva dimostrato che il genio e la forza non appartengono a un sesso, ma all’essere umano in quanto tale.
Il suo viaggio intorno al mondo non fu solo un exploit giornalistico, ma un atto di emancipazione, un gesto di rottura contro i pregiudizi e le limitazioni sociali del suo tempo. In un’epoca in cui le donne non potevano votare, raramente lavoravano fuori casa e non erano incoraggiate a pensare in grande, Bly divenne il simbolo di una nuova generazione che reclamava il diritto di esplorare, di conoscere e di raccontare. La sua figura, come quella di Phileas Fogg, rimane legata all’idea del viaggio come conquista morale, come prova della fiducia nel progresso umano. Ma mentre Fogg era il prodotto dell’immaginazione di un uomo e della sua fiducia nell’ordine scientifico, Bly era la prova vivente che la realtà può superare la fantasia, e che la modernità non è solo questione di macchine e orari, ma di volontà, di carattere, di fede nel proprio destino.
Negli anni successivi, Nellie Bly continuò a scrivere e a viaggiare, mantenendo viva la sua passione per la verità e la giustizia sociale. Durante la Prima guerra mondiale fu corrispondente dal fronte, testimoniando le sofferenze e il coraggio dei soldati. Fino alla sua morte, nel 1922, rimase un esempio di indipendenza e coerenza, una pioniera che aveva aperto la strada a generazioni di giornaliste e viaggiatrici.
Oggi, a più di un secolo di distanza, la sua impresa continua a ispirare. Ogni volta che una donna si mette in viaggio da sola, ogni volta che un giornalista sceglie di rischiare per raccontare la verità, ogni volta che qualcuno decide di non accettare i limiti imposti dal pregiudizio o dalla paura, rivive lo spirito di Nellie Bly. Il suo nome è un invito a credere nella libertà, nella curiosità e nella potenza del coraggio umano, quel coraggio che, partendo da una pagina di Verne, fece il giro del mondo e tornò trionfante per ricordarci che la più grande avventura non è attraversare il pianeta, ma superare se stessi.
