Il 23 gennaio 1933, con decreto regio, nasceva l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, affidato da Benito Mussolini alla guida di Alberto Beneduce.
Quell’atto segnò uno dei momenti più originali e controversi della storia economica italiana perché l’IRI non fu semplicemente un carrozzone ma uno strumento di salvataggio sistemico e di modernizzazione che, nel pieno della crisi bancaria e industriale, assorbì partecipazioni, risanò bilanci, ricapitalizzò imprese strategiche e costruì un capitalismo pubblico capace di sostenere siderurgia, cantieristica, telecomunicazioni, energia e trasporti, creando infrastrutture e competenze che sarebbero state decisive per il decollo del dopoguerra e per il miracolo economico.
Per decenni l’IRI rappresentò una sorta di spina dorsale dell’industria nazionale, con un equilibrio delicato tra efficienza manageriale e finalità pubbliche che, pur tra inefficienze e interferenze politiche, consentì all’Italia di mantenere un presidio su settori chiave.
Questa architettura cominciò a incrinarsi gravemente negli anni Novanta quando, nel clima di privatizzazioni accelerate e di adesione acritica ai dogmi del mercato, Romano Prodi, chiamato a guidare l’IRI e poi a presiedere il Consiglio, ne avviò lo smantellamento svendendo pezzi pregiati come Telecom Italia, Autostrade, Banca Commerciale e altre partecipazioni strategiche, operazioni che, lungi dal creare un capitalismo diffuso e competitivo, produssero concentrazioni private, rendite e indebitamenti che hanno pesato per anni sul sistema Paese e hanno privato lo Stato di leve industriali e finanziarie decisive, trasformando una holding pubblica che poteva essere riformata in una liquidazione frettolosa che ha favorito pochi gruppi e impoverito la capacità di politica industriale dell’Italia.
Oggi l’IRI come entità non esiste più, ma il suo fantasma aleggia in ogni dibattito su Cassa Depositi e Prestiti, partecipazioni pubbliche e intervento dello Stato nell’economia, perché l’assenza di una cabina di regia industriale ha lasciato il Paese esposto a scalate estere, a crisi di filiere e a una dipendenza tecnologica che si paga cara.
Così mentre si invocano nuovi strumenti per sostenere transizione energetica, digitalizzazione e difesa delle imprese strategiche, si riscopre implicitamente la lezione di quell’istituto nato nel 1933: che senza una visione pubblica, senza un soggetto capace di coordinare capitali, competenze e obiettivi di lungo periodo, il mercato da solo non garantisce né sovranità economica né sviluppo equilibrato.
Gli errori di chi ha smantellato l’IRI senza costruire alternative continuano a gravare sul presente, imponendo una riflessione seria su come ricostruire oggi, in forme nuove ma con la stessa ambizione, una politica industriale degna di un grande Paese.
