La storia di Carlo Acutis su Canale 5, in un film diretto da Giacomo Campiotti, con un pathos che non si misura semplicemente con la tecnica narrativa, ma con qualcosa di più grande e meno controllabile.
Carlo Acutis, morto a 15 anni nel 2006, canonizzato da Leone XIV il 7 settembre 2025, è il protagonista di un itinerario che conduce a Dio attraverso l’autostrada più larga e sicura, l’Eucarestia.
Chi è Carlo? Un bambino che riesce appena ad arrivare all’adolescenza, con una caratteristica decisiva: ama Gesù più della sua vita. E, per questo, Gesù diventa la sua vita.
Il piccolo, neanche in età scolare, entra in chiesa e, attratto dal Santissimo Sacramento, si ritrova il parroco accanto a lui: «E tu chi sei? Che ci fai qui?». «Sono venuto a trovare il mio migliore amico». «Ma Lui è anche amico mio e quasi tutti sono amici suoi». «E allora perché la chiesa è vuota?».
Non eravamo ancora sotto l’effetto della sbornia sinodalista, eppure niente di nuovo sotto il sole. «Vi ho chiamati amici», parola del Maestro. Tutto parte da questa amicizia: un rapporto.
Carlo lo sa, il parroco lo imparerà, fino a chiedere al bambino, dottore della Chiesa, di fare catechismo al posto suo: tutto in anticipo. Comunione in anticipo, catechismo in anticipo, non c’è tempo, la carità urge, come sapeva San Paolo.
Chi ama sa già tutto. Amor ipse notitia est (San Gregorio Magno). L’amore stesso è conoscenza. La verità non è un concetto o una stampella per la devozione più rigorosa, ma è una Persona: Gesù Cristo. L’attrattiva Gesù. Un avvenimento, non una devozione. Ecco perché gente così, come Carlo e i cristiani più peccatori, ma scaldati dal calore della grazia, non ha tempo per i dibattiti semantici fra il partito dei filo-proselitismo e quello del sinodalismo: sono entrambi facce della stessa medaglia, che sa di ideologia e clericalismo. La Chiesa è la vita di Gesù che continua ad esprimersi carnalmente e ontologicamente nella storia, attraverso i Sacramenti e l’ordine oggettivo da essi scaturente. In altre parole, la fede si trasmette per contagio.
Carlo ne ha fatto esperienza. Il collaboratore domestico di Casa Acutis era un uomo delle Isole Mauritius, Rajesh Mohur, il quale, imbattendosi in un bambino vivace e appassionato di Gesù, prima se ne va a Londra, e poi, sentendo la nostalgia per quella beatitudine mai vista prima, ritorna in quella casa, ritrovando Carlo. Rajesh si battezzerà e troverà la strada della verità di Cristo, come testimoniato ed efficacemente rappresentato nel film. Perché? C’è una sola risposta, che Rajesh fornisce a chiunque lo interroghi su questa realtà: Carlo aveva incontrato Qualcuno che valeva la pena incontrare per diventare come Carlo. Quando uno incontra un cristiano che ama Gesù, non va a caccia di devozioni o di sinodi organizzati sotto casa, ma di verità, di cui ha fame e di cui non può fare a meno. E quando incontra un cristiano che ha scommesso tutto su Gesù, si domanda: ma come fa ad essere così? Anch’io voglio essere così. E inizia a seguirlo, vuole incontrarlo, perché, attraverso la sua testimonianza, si avvicina a Gesù. Così si diffonde il cristianesimo e le chiese si riempiono. Così trovi la tua pace e combatti la tua guerra interiore e qualche conflitto con il mondo esterno che non ti capisce, perché tu sei nel mondo, ma non sei del mondo.
La Lettera a Diogneto aveva già detto l’essenziale sul dinamismo della fede e su come i cristiani possano edificare una civiltà dell’amore, semplicemente facendo ciò che fanno tutti gli altri, ma non come lo fanno tutti gli altri.
Ciò garantisce l’originalità dell’io che ha a cuore il suo destino, avendo incontrato l’artefice del destino: «Tutti nasciamo originali, ma molti muoiono come fotocopie». Il più radicale superamento tanto dell’individualismo quanto della massificazione postmoderna. Anche stavolta hai avuto ragione, amico mio.
Raffaele Iannuzzi
