Il 16 novembre 1940, quando i nazisti completarono la chiusura del Ghetto di Varsavia con un muro che lo separava brutalmente dal resto della città, si compì uno dei gesti più emblematici e terribili dell’antisemitismo moderno: la trasformazione di esseri umani in prigionieri invisibili, esclusi, cancellati dallo spazio pubblico prima ancora che dalla vita stessa.
Quel muro non fu solo cemento e mattoni, ma l’incarnazione fisica di un’ideologia che voleva dividere il mondo in “puri” e “impuri”, riducendo milioni di persone a un’astrazione da annientare. Dentro il ghetto si ammassarono fame, malattie, disperazione e un’incredibile, straziante forma di resistenza morale: scuole clandestine, teatri improvvisati, archivi segreti per testimoniare al futuro ciò che stava accadendo.
La chiusura del Ghetto di Varsavia fu il preludio al genocidio, un atto che mostrava con chiarezza la logica dell’odio organizzato, che passa sempre dalla segregazione prima di arrivare alla distruzione.
Riflettere su quel giorno significa interrogarsi sull’essenza stessa dell’antisemitismo, un pregiudizio antico e mutevole che nel Novecento trovò la sua manifestazione più estrema ma che non è scomparso con la fine del regime nazista: continua a sopravvivere in forme nuove, più sottili o nuovamente esplicite, nelle teorie cospirative, nei discorsi d’odio, nelle vandalizzazioni di simboli religiosi, nelle discriminazioni quotidiane che spesso non fanno notizia.
L’antisemitismo prospera laddove la memoria si indebolisce, dove la storia viene semplificata, relativizzata o piegata a fini ideologici. Ecco perché ricordare la chiusura del Ghetto di Varsavia non è un esercizio commemorativo, ma un atto di vigilanza civile: è il riconoscimento che un muro come quello non si costruisce mai all’improvviso, ma è il risultato di parole normalizzate, di silenzi complici, di stereotipi lasciati scorrere senza opposizione.
In un’epoca in cui tornano a diffondersi retoriche di esclusione, in cui minoranze diverse vengono ancora additate come capro espiatorio, quel muro del 1940 ci parla con una forza intatta, ammonendoci sul potere devastante dell’indifferenza e ricordandoci che difendere ogni comunità dall’odio non significa soltanto proteggere qualcuno, ma salvare la nostra stessa idea di umanità.

Certo, sarebbe anche utile ricordare come ci si è arrivati a quel muro. Con la reazione alla Repubblica di Weimar, con la dichiarazione di guerra alla Germania da parte del Congresso Mondiale Ebraico già nel 1933, con la consegna della Germania allo strapotere statunitense al termine della Prima guerra mondiale, tradimento operato da una delegazione ebraica tedesca per avere in cambio la Palestina (dichiarazione Balfour) almeno stando alla testimonianza resa proprio da un ebreo, Bejamin Freedman, allo stesso Congresso Mondiale Ebraico nel 1961. Semplificare la storia con i Cattivi che appaiono all’improvviso e caratterizzati solo da odio e sopraffazione nei confronti dei deboli mi pare non più convincente e volto solo a sentirsi al sicuro, al calduccio, sempre e comunque sereni perchè non siamo noi i Cattivi, sono gli altri. Buon lavoro e grazie dei vostri preziosi contributi che non intendo certo negare o annullare ma che mi piacerebbe vedere completati da un quadro, per quanto sintetico, più equilibrato.