Quanto è apparentemente strano che la nostra epoca edonistica demonizzi la morte! Vi è forse qualcosa di più piacevole della morte, la fine delle pene della vita? Già l’esperienza del sonno, o di qualsiasi altra maniera di “lasciar andare”, indica il piacere della morte. La morte come liberazione dal dolore, da ogni sofferenza. Eppure, la nostra epoca edonistica condanna la morte chiamandoci nel contempo a lottare per il piacere, spingendoci ad universalizzare il piacere come se fosse un vero e proprio imperativo. Saremmo allora “responsabili” di lavorare duramente affinché mondani piaceri divengano disponibili a tutti. In effetti, i piaceri mondani sono esaltati proprio laddove la morte e il suo piacere ultraterreno sono disprezzati, se non del tutto aborriti.
L’illogicità della nostra situazione è meramente superficiale. A differenza degli edonisti antichi, i nostri edonisti moderni sono almeno tendenzialmente anti-filosofici nella misura in cui fuggono dalla morte, nascondendosi in una vita che serve a distrarci dalla morte—una vita che maschera la morte. Pur rimanendo ancora filosofi, i primi edonisti moderni cercarono di strumentalizzare il piacere della contemplazione in funzione della costruzione di un nuovo mondo che garantisse a tutti il diritto di godere del piacere della contemplazione. Tuttavia, tale progetto di costruzione avrebbe comportato un costo: la contemplazione avrebbe dovuto essere ridefinita in termini mondani. “Contemplare”, oggi, equivale effettivamente a sognare discostandosi dalla morte: non sprofondare nella morte, ma svincolarsi dalla morte attraverso una molteplicità indefinita di distrazioni; attraverso surrogati di una morte che siamo indottrinati ad evitare come male supremo, un summum malum (secondo la lezione machiavellica di Hobbes). Fingiamo di morire perché abbiamo troppa paura di morire realmente, di morire incondizionatamente. Il piacere della contemplazione—un piacere originariamente radicato nella morte—è ora sostituito da un brivido effimero immerso in una corrente di compulsioni mondane, legato inesorabilmente alla domanda di reinventare i piaceri, di saltare da un piacere all’altro nel qui ed ora (hic et nunc) della nostra esistenza quotidiana. Addio piacere puro, laddove il piacere va cercato nel dolore, o per esser più precisi, nello fatica di camuffare il dolore da piacere.
Le nostre vite ora sorvolano un abisso di morte nel quale non dovremmo mai guardare. “Non guardate in basso!” L’indefinita varietà dei piaceri mondani viene a mascherare il costante, finanche divino piacere della morte, un piacere che solo pochissime anime eroiche oserebbero mai affrontare. Il puro piacere della liberazione da ogni costrizione è sostituito con il piacere impuro del fingere di fuggire dalla morte. Ora dobbiamo lavorare continuamente per produrre piaceri effimeri che ci alienono progressivamente dal piacere fondamentale e naturale della morte. Innumerevoli, fugaci, meschini piaceri che dovrebbero sostituire un unico, illimitato piacere.
Per capire perché siamo arrivati a tradire l’edonismo filosofico antico, dovremmo apprezzare come gli edonisti della prima modernità cercarono di difendersi dall’assalto subito da parte della roccaforte cristiana del platonismo classico. Il cristianesimo medievale costrinse l’edonismo a reinventarsi utilizzando pratiche cristiane contro il loro fine originale. Ciò che il cristianesimo aveva fatto nell’interesse del platonismo classico, gli edonisti moderni cercarono di fare nell’interesse dell’abolizione del platonismo. L’idealismo platonico avrebbe servito così da facciata per l’edonismo, ossia per il materialismo. La conversione cristiana del platonismo in una forma di vita autoritaria benedetta da Dio e venerata possibilmente da tutti, avrebbe ceduto ad un’autorità senza precedenti, appellantesi a Dio principalmente per giustificarsi agli occhi della vasta maggioranza degli uomini.
La nuova autorità pretenderà di essere più certa o affidabile di quella di prelati cristiani. La prima si attribuirà lo statuto di “nuova scienza” (Galileo) che, poco a poco, priverebbe del tutto la vecchia teologia di qualsiasi valenza scientifica. La teologia smetterebbe di essere riconosciuta in quanto scienza (logos) di Dio e comincerebbe ad essere o adulata o schernita apertamente in quanto legata a meri punti di vista o sentimenti pregiudiziali sul divino.
Sicuramente, la nuova scienza sarebbe del tutto mondana; la sua certezza si baserebbe sul rifiuto dell’ultraterreno considerato come ambito di totale incertezza. Non che l’ultraterreno fosse stato precedentemente sostenuto con assoluta certezza. Basti ricordare la prima domanda che Dante pone a Virgilio, seppur in modo ellittico, nel primo Canto dell’Inferno: è Virgilio un’ombra o un “omo certo”? Virgilio risponde subitamente: “Non omo, omo già fui”. Non senza ironia, poiché l’uomo del passato è l’ombra di un uomo, mentre il fantasma del presente ci appare come un uomo vivente. Mentre le certezze convenzionali svaniscono nel passato, dal passato emerge una certezza irreducibile al passato—una certezza radicata nella nobiltà alla quale Dante rende omaggio speciale nel quarto Canto dell’Inferno, il Canto di “un nobile castello”. Il certo, ora, non è qualcosa tagliato fuori dal passato, come pretenderebbe la scienza moderna, ma qualcosa che emerge dal passato, come dal regno dei morti. La certezza, insomma, è una certezza poetica—poetica come è necessariamente la nostra scienza (scientia o “sapere”), come il buon Vico ricorderebbe ai seguaci di Descartes.
Nell’epoca “medievale” di Dante, l’oltretomba non era stabilito come qualcosa del quale si avesse completa certezza, ma come il grembo di ogni nostra certezza mondana, in modo che ognuna riflettesse il regno dei morti (quasi ci sospirasse, memento mori!), piuttosto che allontanarsene. L’oltretomba era stabilito come certo in sé, piuttosto che per noi; ciò che veniva visto come certissimo era il fatto che esistesse una dimensione oltretemporale (il contenuto della morte), piuttosto che ciò che tale dato significava concretamente (Purgatorio 3.37-39). In altre parole, potevamo avere 1. proposizioni che comportano certezza o credibilità data la certezza formale della morte, ma non 2. proposizioni (o un discorso) sostenute come se sostituissero la morte per informare le nostre vite quotidiane con una certezza che superasse quella della morte. (Tutto ciò non implica evidentemente alcun divarico kantiano tra l’esperienza “fenomenale” ed il “numeno” metafisico. Non si trattava infatti di credere a mere formule di parole, ma a richiami poetico-teologici ad una riflessione sulla morte, secondo il principio che la fede cerca l’intendimento—fides quaerit intellectum.)
Mentre le certezze della teologia medievale puntavano ad una culla di certezze trascendenti e misteriose, le certezze moderne si stabiliscono come le forme più elevate di certezza, presupponendo l’assoluta assenza di certezza in natura (il linguaggio della natura, anche qualora se ne postulasse uno, si riterrebbe ora tradotto efficacemente in quello “aperto” della “nuova scienza” di estrazione machiavellico-galileiana). Non fu sufficiente per i filosofi dell’epoca moderna mettere in discussione qualsivoglia proposizione medievale riguardante il trascendente; ciò che gli edonisti filosofici della prima modernità cercarono di ottenere fu una confutazione dei fondamenti della teologia medievale nel suo insieme. La morte doveva essere spogliata di ogni significato, affinché una nuova vita (quale quella implicata nell’espressione machiavellica, “modi e ordini nuovi”) potesse emergere come regno della fabbricazione o pretesa di significato—luogo in cui il significato sarebbe stato certificato come una pretensione principalmente umana. Allo stesso modo, il vecchio Dio biblico sarebbe dovuto morire affinché un nuovo uomo potesse emergere per incarnare la pretesa di ogni virtù e finalmente la Pretensione come madre di tutte le virtù.
In verita l’uomo moderno qui esumato è la pretesa di un uomo dal momento che incarna la pretesa in quanto tale o come modo di vivere—la vita come fuga dalla morte. È fuggendo dalla morte che cerchiamo nuovi piaceri che possiamo soltanto fingere supremi, poiché la vita a cui appartengono può soltanto fingere di superare la morte.
Il moderno “regno della pretese” nasce come prodotto secondario del tentativo edonista di legittimare il modo di vivere dell’edonista di fronte alla formidabile convalida cristiana del Platonismo e quindi dell’esposizione platonico-socratica della vanità dell’edonismo. Eppure il Platonismo non aveva mai negato il piacere della morte. Anche con l’avvento del Cristianesimo, ci aveva semplicemente chiamati a rinviare il piacere supremo, a ritardare la soddisfazione nell’interesse della nostra preparazione a goderne appieno. Come mostra con rara veemenza l’Amleto socratico di Shakespeare, anche il Cristianesimo platonico ci ricorda l’importanza di diventare degni di morire abbracciando la morte in un contesto puramente poetico, o come orizzonte di ogni autentica comprensione umana. “Morte ritardata” implicherebbe purificazione, moderazione o umanizzazione della nostra volontà (noi stessi), un processo che renderebbe la nostra volontà degna di entrare nel regno di un vero Dio. Il ritardo della morte anticiperebbe quindi la scoperta della morte come il piacere di un risveglio eterno, piuttosto che di un’oblio esteso infinitamente.
Prof. MARCO ANDREACCHIO
